See Red Women’s Workshop: Feminist Posters 1974-1990, di Andrea Martina Bassan Moreschi

«You couldn’t just go in and do feminist posters then come home and do something completely different, it wasn’t just a job it was a lifestyle»

Erano gli anni in Gran Bretannia dei Beatles e dei Rolling Stones. Erano anni di grandi speranze. Erano anni in cui l’intelligenza iniziava a battere l’etica Vittoriana, erano gli anni delle contestazioni giovanili e della rivoluzione sessuale. L’omosessualità non era più illegale, fecero le prime leggi sui pari diritti di genere, le donne potevano studiare, votare e addirittura ottenere l’equal pay act e il sex discrimination act, atti ad abolire la discrepanza tra uomo e donna.

 

See Red Women’s Workshop, preliminary sketch for Don’t Let Racism Divide Us, 1980.

Ma queste meravigliose idee di uguaglianza che avevano pervaso le lotte, le proteste degli studenti e l’impegno legislativo non trovavano poi un reale riscontro nella quotidianità. La realtà dei fatti vedeva donne impegnate attivamente nella politica, organizzate in riunioni ed incontri di sensibilizzazione, i quali erano poi sempre tenuti da uomini. La sinistra, sia il ramo radicale che quello conservatore, non prese mai seriamente il movimento di rivoluzione femminile né mai riconobbe la vastità delle adesioni alla lotta che manifestò in tutto il mondo. Per loro questi non erano altro che perdite di tempo, frivoli e deliranti capricci che distoglievano attenzione ed energia ai reali problemi.

Il mondo femminile non era stato liberato, la discriminazione era solo camuffata. Continuarono ad essere marginalizzate; durante le campagne organizzate dalle donne gli era chiesto solo di mantenersi educate sullo sfondo; belle statue che al massimo potevano fare il the. E ancora, nella vita privata grembiuli e pannolini rimasero gli arnesi da lavoro; il loro compito era mantenere “la casa aperta”, come si suol dire, e badare ai bambini. Eccezionali casalinghe ed eccezionali accessori di campagne attive per i diritti umani. (vi ricorda qualcosa?)

See Red Women’s Workshop, See Red Calendar, 1976. See Red produsse calendari per gli anni 1976, 1977, 1978, 1980 e 1984.

See Red Women’s Workshop, It’s What Your Right Arm’s For, 1977.

Gli angeli del ciclostile, come venivano chiamate dai partiti, compresero che non avrebbero ottenuto nulla se non avessero avviato un attivismo separatista. La delusione si tramutò in fretta in un’acuta e fervente linea politica che partiva dal proprio privato e si diramava in tutti gli ambiti socio politici dell’epoca. “Il personale è politico”, questo fu il taglio netto: era nel privato di ciascuna donna, nella relazione di coppia, nel rapporto sessuale, nella famiglia dove si vedeva perpetuato il dominio e il controllo e dove bisognava attaccare. Iniziarono una ribellione sottile ed acuta. Iniziarono a vivere in case condivise nelle quali i compiti domestici e la cura dei bambini erano suddivisi tra di loro, molte iniziarono a condividere anche i loro stipendi. Le mense erano organizzate a rotazione e ogni volta durante i pasti si accendevano ferventi discussioni.

Erano anni difficili ma estremamente stimolanti e finalmente potevano sentirsi libere. La libertà fu accompagnata dalla forza e dalla determinazione e così tra il 1970 e il 1980 si crearono moltissimi collettivi in tutto il mondo. Ci si incontrava e si condividevano opinioni e frustrazioni; ci si liberava del peso dei maltrattamenti e delle violenze subite. Maternità solitarie e non desiderate, l’isolamento forzato a casa, gli stupri e gli insulti sulle strade, stipendi notevolmente bassi e la permanente considerazione di inferiorità erano le costanti: diventarono così un memento e un monito per ricordare sempre a loro stesse di non abbandonare mai la lotta.

See Red Women’s Workshop, Women’s Day March, 1975, poster.

See Red Women’s Workshop, Women’s Day March, 1975.

La stampa iniziò lentamente ad avere sempre maggiore interesse verso la causa e si leggevano articoli come:

«è un fenomeno tipico dei nostri giorni l’aggregazione di gruppi di donne mosse non solo da intenti direttamente politici, ma anche dalla volontà di discutere secondo un diverso taglio e altrettante diverse discipline, il vero significato politico, economico, sociale della vita delle donne di ieri e di oggi, e soprattutto di interrogarsi sulle prospettive dell’emancipazione della donna» [i]

Fu così che si entrò nella seconda grande rivoluzione femminista. Durante questi anni, più precisamente nel 1974, un gruppo di Donne raccolse la sfida di un annuncio su di una pubblicazione di Woman’s Liberation, il Red Rag, uno dei più grandi movimenti che sostenevano la causa femminile sin dagli anni ’60. Avevano compreso che la comunicazione visuale dei media e delle pubblicità fosse un metodo educativo e che potesse diventare uno strumento determinante per la propaganda di sensibilizzazione.

See Red Women’s Workshop, Protest, 1973, insieme al primo statement del gruppo.

See Red Women’s Workshop, Our Body, 1980-81.

Nell’articolo veniva chiesto a tutti coloro interessati alle arti visuali di riconfigurare le persistenti immagini sessiste che pervadevano le pubblicità.

Si presentarono con il nome di Woman’s image Collective per poi diventare il famoso SEE RED WOMEN’S WORKSHOP.

“ Abbiamo recentemente formato un gruppo di donne interessate agli aspetti visuali della lotta delle Donne. Vogliamo combattere l’immagine del “modello femminile” che è utilizzata dall’ideologia capitalista per impedire alle donne di contestare il loro status secondario o di mettere in discussione il loro ruolo in una società dominata dagli uomini. Noi speriamo di fare questo portando avanti un’immagine positiva della donna attraverso:

-la produzione di poster, illustrazioni, cartonati e fotografie

-procurando i materiali visuali per le pubblicazioni e gruppi di donne

-fornendo servizi per la produzione di poster per altre donne che lottano per i loro diritti

-accumulando immagini passate, presenti e future che indicano la posizione delle donne nella nostra società odierna ad esempio l’attacco quotidiano delle pubblicità, etc.

Vogliamo costruire una collezione di esempi positivi e negativi della rappresentazione femminile ad uso di ogni gruppo periodico o individuale che presenti le dichiarazioni costruttive di questioni riguardanti la liberazione della Donna. Vorremmo ricevere tutte le immagini pertinenti al fine di operare e ampliare la raccolta in corso riguardo le lotte della donna.

Ogni donna interessata è la benvenuta per incontrarci, utilizzare i nostri servizi e studiare i metodi di stampa” [ii].

Questo il loro manifesto e subito le adesioni furono molte.
L’epoca era vantaggiosa; gli artisti e le persone che lavoravano nel visuale erano sempre di più visto l’ampliamento delle nuove tecnologie non solo negli ambiti artistici ma anche nei mass media. La stampa serigrafica, in particolare, era adatta per produrre immagini in enormi tirature, con una scarsa quantità di attrezzatura e una minima spesa. Si organizzarono in piccoli gruppi allestendo laboratori in ogni spazio disponibile: salotti, parchi per i bambini, case occupate, ogni luogo poteva diventare utile alla causa.

See Red Women’s Workshop, Take a Pill Mrs Brown, 1977.

See Red Women’s Workshop, Don’t Breack Down, 1975. Nel 1975 vennero prescritti milioni di tranquillanti da medici curanti incoraggiati dal governo e dalle case farmaceutiche per curare i nervosismi e le depressioni femminili. Il più comune era il valium chiamato il “piccolo amico delle mamme” farmaco che procurava una forte dipendenza. Molte donne si rifiutarono di assumere la pillola della felicità abbracciando le lotte e l’attivismo politico come cura.

In un’intervista rilasciata alla giornalista Seth Pimlott, Prue Stevenson, una delle fondatrici di See Red, racconta:

“Abbiamo iniziato in uno squot in Camden Road nel ’74. Conoscevo la donna che viveva nell’appartamento appena sopra il mio e aveva un negozio di fronte, dove ci permise di stampare sul retro con un equipaggiamento veramente basilare. Eravamo tutte molto impegnate e ognuna se ne occupava per due o tre giorni alla settimana, come un lavoro part time. Non potevamo fare molto lì e sapevamo fin da subito che fosse solo un luogo temporaneo. Una delle principali motivazioni per le quali lo lasciammo fu il fatto che non appena appendemmo uno dei nostri poster sulla vetrina del negozio, la notte seguente gli scagliarono un mattone contro e questo accadde svariate volte. Più tardi venimmo attaccate dal Fronte Nazionale. La violenza è stata frequente nelle nostre vite all’epoca. Ricevevamo minacce telefoniche. Durante una “bank holiday” fecero irruzione nel negozio e subimmo atti vandalici. Sfondarono la porta, versarono inchiostro sui macchinari, rubarono le attrezzature, tagliarono tutti i fili della corrente e urinarono sulla posta. Comprendevamo come quegli attacchi fossero espressione di una tendenza in crescita di una destra radicale che iniziava a vederci come una minaccia tanto da volerci intimidire e attaccare. Questi atti drenavano le nostre finanze e le nostre energie, ma non eravamo disposte a vedere sei anni di lavoro distrutti. In un certo senso, poi, era fantastico essere finalmente considerati minacciosi tanto da non voler semplicemente liquidarci ma addirittura distruggerci”. [iii]

See Red Women’s Workshop, Tough, 1979. Margaret Tatcher fu il primo ministro di sesso femminile in Inghilterra. Fin da subito divenne estremamente impopolare nella sinistra governativa. Il detto era “Maggie Tatcher, milk snatcher” per i tagli sul latte gratuito per i bambini sopra i 7 anni. Le See Red hiesero una fotografia in bianco e nero alla sede centrale che inaspettatamente gliela concesse e fecero una serie di poster che raffiguravano il suo essere doppiogiochista e subdola. Le donne di tutta l’Inghilterra si sentirono estremamente tradite dalle sue scelte politiche.

See Red trovò la sua sede definitiva a Liffle Yard, un luogo abbastanza grande ma completamente dismesso. Nulla funzionava e dovevano utilizzare una scala a pioli per entrare perché l’ingresso era distrutto. Dovettero rimboccarsi le maniche e studiare gli impianti elettrici ed idraulici per poter rimettere in funzione lo spazio. Nulla era lasciato al caso. Dovevano essere meticolose, rifiutavano stampe anche solo per una gocciolina d’inchiostro fuori asse. Erano sul filo del rasoio e non potevano dare alcun motivo, anche minimo, per farsi attaccare ulteriormente o mettere in ridicolo. Ore e ore a calcolare i registri perfetti del colore selezionato. Nulla mai sfuggiva al loro controllo tenace.

See Red Women’s Workshop, Sisters Unite, 1974.

“Se dopo aver discusso ore delle idee di lotta del movimento delle donne avessimo fatto dei poster di merda avrebbe significato fallire completamente”[iv]

Gli accademici e gli artisti screditavano il loro lavoro. L’arte per la donna non poteva che essere solo un hobby. La pop art che all’epoca era dominante, sfidava la tradizione con la sua scelta di rappresentazione dei miti e dei linguaggi della società dei consumi e si era posta l’obiettivo di superare le convenzioni artistiche del passato, includendo l’immaginario dalla cultura popolare come la pubblicità e la televisione e prometteva la “liberazione sessuale”; ma era largamente praticata dagli uomini e spesso usavano immagini maschiliste e sessiste, un ulteriore specchio per le allodole, tanto che molti di questi pionieri di libertà domandavano loro:

“Come fai a farlo davvero? Come progettate qualcosa? Sicuramente qualcuno deve tenere la matita!”[v]

Non veniva compresa né la scelta dei soggetti né la loro capacità di utilizzare tali tecniche avanguardistiche per l’epoca, ma vivevano attivamente ed assorbivano la cultura dominante, sfruttandola per la loro lotta. Influenzate dall’estetica dei situazionisti francesi e dai manifesti della rivoluzione culturale cinese, riuscirono a cogliere la sfida di testi come “Questione di sguardi” di John Berger condividendo il relativismo del nostro potere decisionale davanti ad un’educazione visiva secolare e costantemente attuale. Colte ed audaci erano disarmanti e per i 16 anni successivi continuarono a produrre poster, calendari, illustrazioni etc. che con il tempo si presero carico della sensibilizzazione non solo alla lotta femminista ma alla lotta per i diritti umani e per l’educazione sessuale. Chiusero definitivamente nel 1990 con l’orgoglio di essere state sempre radicali e responsabili della più grande forma propagandistica del movimento di liberazione delle Donne.

See Red Women’s Workshop, Alone We Are Powerless Together We Are Strong, 1976.

See Red Women’s Workshop, Girls Are Powerful, 1979.

Più di 40 donne hanno preso parte a See Red women’s workshop nel corso della sua esistenza. Per ricordarle e ringraziarle a seguito elencherò i loro nomi.

Prue Stevenson, Suzy Mackie, Julia Franco, Sarah Jones, Christine Roche, Jo Spence, Michael- Anne Mullen, Margaret Edney, Pauline, Hazel, Dana, Sharon, Nina, Bertha Husband, Leslie Ford, Bejhat, Sharon, Denise, Charmian, Caroline, Dawn, Mel, Kehinde James, Bev Zalcock, Maralyn, Laura, Sue Winter Sue Fiels Reid, Lesley Mitchell, Magdalena Arias, Ginette, Anne Robinson, Kathleen Brandy, Sandra Hopley, Jess Baines, Yael Hodder, Jaquee Bruce, Carmen Gloria Diaz, Norma Rodriguez, Cath Coleman…

 
Andrea Martina Bassan Moreschi è curatrice e critica d’arte. Laureatasi all’accademia di Belle Arti di Brera si scinde in due personalità lavorative differenti ma non necesseariamente contrastanti. La prima è la sua figura di ricerca all’interno degli studi di genere focalizzandosi sullo studio della soggettività femminile e della sessualità; la seconda è quella di curatrice sperimentando metodi espositivi che si interessano della precezione dello spettatore partendo dalla volontà comunicativa dell’artista e dell’opera.

See Red working at Iliffe Yard.

Fixing up premise and printing at Iliffe Yard, 1976-83.

 

note:

[i] Maria Lombardi, Il femminismo negli anni ’70 , [consultato il 18 Sep. 2018].

[ii] Prudence Stevenson, Susan Makie, SEE RED WOMEN’S WORKSHOP, ed. by Four Corners Books, First edition (London: 2016). Archive.ica.art (2018).

[iii] Prue Stevenson, in See Red Women’s Workshop Interview: Suzy Mackie and Pru Stevenson[consultato il 18 Sep. 2018].

[iv] ibidem

[v] P. Stevenson, S. Makie, SEE RED WOMEN’S WORKSHOP, ibidem.

See Red Women’s Workshop, Sisters! Question Every Aspect of Our Lives, 1977.

See Red Women’s Workshop, Bite the Hand, 1978.

See Red Women’s Workshop, Don’t Let Racism Divide Us, 1978.

See Red Women’s Workshop, Lesbians Are Coming Out, 1982.

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