(Auto)biografia della metamorfosi: intervista a Ravi Agarwal

di Valentina Avanzini e Chiara Lupi.

 

“C’è qualcosa di sbagliato, se l’unico modo di comprendere il nostro coinvolgimento creativo nel mondo è chiamarcene fuori”: così Tim Ingold statuisce la necessità di fuoriuscire dagli schemi tradizionali dell’antropologia per ripensare lo stare al mondo dell’umanità in termini di “incorporamento di un processo in un ambiente”.

Non dominatori ma presenti, coscienti e perpetuamente in dialogo: la riformulazione di un’umanità al di fuori della logica solipsistica e insostenibile del contemporaneo richiede un’analisi non solo attenta ma anche multiforme.

Come si colloca l’artista all’interno di quella che Preciado auspica come una “urgente rivoluzione epistemologica”? La risposta – o meglio, una delle tante risposte possibili – si radica nella pratica di artista, fotografo, attivista ambientale, scrittore e curatore di Ravi Agarwal.

Fra i maggiori esponenti della scena artistica indiana, Ravi Agarwal incunea la propria ricerca nella frizione fra processi trasformativi innescati dalla logica del capitale e lo spazio-tempo reale dei saperi minori, frammentari e locali. La possibilità di annullare lo spettro di una dicotomia sterile fra Uomo e Natura spinge nella direzione di una riappropriazione dei poteri collettivi e autonomi disintegrati dal capitalismo, di auto-gestione e auto-governo dei propri corpi e delle proprie vite, svelando un’ecologia che è prima di tutto rapporto di squilibrio fra dominanti e dominati, domati e indomabili.

Si plasma così – attraverso fotografie, video, installazioni, scritti e diari – il quadro di una complessità in cui il cambiamento è dolorosamente affrontato dal punto di vista della perdita. Ecologies of Loss è infatti il titolo della prima personale italiana di Ravi Agarwal (curata da Marco Scotini negli spazi di PAV Parco Arte Vivente a Torino), mostra che segue manifestazioni internazionali come Yinchuan Biennale (2018), Kochi Biennale (2016),  Sharjah Biennale (2013) e Documenta XI (2002).

Ravi Agarwal, Immersion, Emergence series, 2007. Courtesy l’artista.

Perdita è quella del mondo raccontato dalle antiche poesie Tamil che attraversano la serie di fotografie e video di Else, all will be still. Un mondo ereditato, non preso in possesso, che rende tangibile una logica di comunità e bene comune ora sopraffatta dalle necessità del profitto. Perdita è quella dell’economia locale e sostenibile dei garofani descritta in Have you seen the flowers on the river?. La coltivazione fiori, il cui valore di scambio si fonda sulla bellezza e l’importanza rituale, viene velocemente esautorata dall’impennata del prezzo dei terreni estremamente appetibili per il mercato immobiliare: “la fertilità del capitale – afferma l’artista – surclassa la fertilità della Terra”.

L’indagine puntuale, delicata e inesorabile di Ravi Agarwal si fonda su pratiche discorsive, la cui lucidità scaturisce dalla presenza attiva sul territorio, dalle ore passate sulle rive dei fiumi così spesso protagonisti dei suoi lavori, dal dialogo reale con pescatori e contadini. Un’indagine, quindi, in cui la soggettività del corpo, il suo stare al mondo, il suo incessante intessere rapporti diventa il primo e fondamentale atto politico.

Pratica artistica e pratica esistenziale – Agarwal è fondatore e direttore della ONG ambientalista Toxics Link – diventano così esplicazione di quella che è stata definita “personal ecology” ma che, con la derivazione foucaultiana, sarebbe più giusto definire come “ecologia del sé”, secondo Scotini, cioè come implicazione della propria autobiografia all’interno dell’ambiente, come sua componente indissociabile.

La necessità di una pratica incarnata va di pari passi col riconoscersi parte del sistema che si sta analizzando e – allo stesso tempo – si sta cercando di cambiare. Riconoscersi come parte inscindibile e non osservatore esterno: posizione che non inficia la lucidità dell’indagine, ma anzi le conferisce la possibilità di concepire l’ambiente psichico, sociale, linguistico e semiotico, di intendere la perdita anche come dispersione del sé soggettivo in una logica di interconnessione ecosistemica per cui nessun elemento può essere davvero isolato dal resto.

Attraverso ciò che Ravi Agarwal propone come artista e militante si dissolve quello che Carla Lonzi ha definito “l’uomo che si richiama alle necessità di ciò che è che sono le sue necessità” e si apre la possibilità di un’arte – e di un’esistenza – concretamente trasformativa.

Ravi Agarwal, Alien Waters, serie fotografica, 2004-2006. Courtesy l’artista.

Valentina Avanzini e Chiara Lupi: Oggi il capitalismo non si limita a una pratica di sfruttamento economico del lavoro, ma si manifesta come una forma storica di dominio estesa al lavoro domestico e al lavoro che coinvolge la natura. Il tuo lavoro coinvolge una dimensione ecologica e politica, che potremmo definire “ecologia del sé”.  Quali sono i principali strumenti di mobilitazione offerti dalla prospettiva dell’“ecologia del mondo” (Jason Moore)? Come può la tua ricerca artistica, che decentra la natura, creare un diverso paradigma ecologico?

Ravi Agarwal: Il concetto di “Cheap Labour” e “Cheap Nature”, come suggerito da Moore, ci aiuta a pensare al capitalismo come natura e sfruttamento del lavoro. Questo deve essere fondamentalmente invertito. Il capitalismo è arrivato a permeare quasi tutte le sfere visibili e invisibili della vita sul pianeta. Afferma di offrire soluzioni di un solo tipo, ma sembra più che altro fare un patto con il diavolo. Tuttavia anche il grande progetto di democrazia della modernità non è stato in grado di impedire la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. La natura è ovunque, ma pochi la controllano sempre più a spese degli ecosistemi locali, delle comunità e della biodiversità. Ciò non porta a un futuro sostenibile per tutti.

Nel mio lavoro sottolineo l’invisibile e la moltitudine di modi in cui l’uomo e i non umani interagiscono e si relazionano in ogni momento e la sua politica di fondo. Non si tratta di polarità, ma di relazioni complesse, varie e diverse. Per me l’idea di natura non è un “altro” astratto, ma un “qui e ora” immediato a cui possiamo partecipare, ma non “prendere” impunemente.

Ravi Agarwal, Alien Waters, serie fotografica, 2004-2006. Courtesy l’artista.

VA e CL: I diritti sono globali, così come le lotte, specialmente per i diritti universali. Puoi dirci come si è sviluppato e si sta sviluppando il pensiero ecologico in India?

RA: Il pensiero ecologico è stato radicato nelle lingue, nella cultura e nei modi di vita del passato dell’India. Ad esempio, la classica poesia Tamil che canta il paesaggio del sud dell’India, chiamata poesia Sangam, già nel 300 a.C. e in alcuni casi fino a oggi, offre una visione non dominatrice della natura, in cui la vita umana è presente, ma sullo stesso piano della natura. L’umiltà e il rispetto determinano la collocazione sociale. Le persone condividono la vita con animali che sono trattati come parte della loro famiglia. L’idea di Gandhi del sé non alienato è radicata nella semplicità e nell’etica. È solo recentemente che il rapporto con la natura si è plasmato nella forma di nuove dighe, foreste disboscate per l’estrazione mineraria, laghi prosciugati per l’urbanizzazione, ecc. come fenomeno globale. Tuttavia, la diversità dei rapporti umani esiste a livello locale, e la lotta è quella di mantenerla viva, in una rinnovata modernità.

Ravi Agarwal, Have you seen the flowers on the river?, stampe fotografiche, 2007. Courtesy l’artista.

VA e CL:  “Come il patriarcato, anche l’ecologia è coinvolta nel quadro del dominio”. La femminista italiana Maria Rosa dalla Costa ha iniziato la sua lotta per sottolineare l’importanza della questione ecologica già alla fine degli anni Ottanta. La sua posizione politica ha preso in considerazione la natura interconnessa a categorie sociali come il genere, la razza, la classe e questioni come il colonialismo in una prospettiva “intersezionale”. Quale pensi che possa essere un atto di emancipazione per le minoranze?

RA: Penso che dobbiamo accettare che la “natura” non sia una categoria astratta fatta solo per servire l’uomo ed essere dominata, ma che costituisce un insieme di relazioni che si formano in modo diverso a seconda del genere, della razza, della casta, ecc. I ruoli sociali e le gerarchie definiscono che cos’è la natura. Non è un caso che il movimento più famoso contro il disboscamento degli alberi della foresta in India, Chipko, sia stato guidato da donne.

La loro interdipendenza sugli alberi era quotidiana e si rifletteva anche nelle loro canzoni e poesie. La natura come terra, come ricchezza, come foresta è arrivata ad essere controllata dagli uomini e soprattutto dagli uomini con potere. Ciò che era feudale è ora legittimato come “corporativo”.

La democratizzazione dei rapporti sociali per emanciparli da strutture di patriarcato, razza e casta ha bisogno anche dei non umani per far parte di questa equazione. È la consapevolezza che il pianeta è per tutti, umano e non umano, allo stesso modo. La natura deve essere reinserita nel contratto sociale. Essa indica una trasformazione più profonda verso un “sé etico”.

Ravi Agarwal, Have you seen the flowers on the river?, stampe fotografiche, 2007. Courtesy l’artista.

Ravi Agarwal, Have you seen the flowers on the river?, stampe fotografiche, 2007. Courtesy l’artista.

Ravi Agarwal, Have you seen the flowers on the river?, stampe fotografiche, 2007. Courtesy l’artista.

VA e CL: Partendo dai tuoi lavori, puoi parlarci della tua idea di ecologia? Pensiamo alle tue ricerche sulla costruzione del genere come Impossibility of being femine I,II (2007) e l’altro più sociale e linguistico Else, all will be still (2013-2015).

RA: L’ecologia è un’interdipendenza a molteplici livelli con il mondo che ci circonda. Credo che viviamo questo quotidiano su piani diversi (mentale, fisico, psichico) e interagiamo in modo complesso con esso, spesso senza riconoscerlo o esserne consapevoli.

Mi interessa riposizionare come fattore determinante l’idea di natura in questa complessità. La sfida è anche quella di mostrare il potere strutturale nascosto che si estende al genere, alle relazioni sociali, al linguaggio e nasconde questa complessità e eterogeneità.

Ravi Agarwal, Else, all will be still, serie fotografica, 2013-2015. Courtesy l’artista.

Ravi Agarwal, Else, all will be still, serie fotografica, 2013-2015. Courtesy l’artista.

Ravi Agarwal, Else, all will be still, serie fotografica, 2013-2015. Courtesy l’artista.

VA e CL: In Ambient Seas hai scritto: “La natura è stata ridotta a un oggetto che può essere ‘agito’ solo attraverso l’essere ‘astratto’, ‘ammirato’, ‘goduto’, ecc. ma non ancora ‘vissuto’”. C’è qualcosa che l’arte può fare al riguardo?

RA: L’arte può lavorare oltre i confini restrittivi della produzione di conoscenza, per essere il riflesso di una condizione umana. Può anche puntare verso ciò che è nascosto e, cosa più importante, o addirittura proporre intenzionalmente una nuova possibilità discorsiva di cambiare la traiettoria esistente. L’arte può essere trasformativa.

Ravi Agarwal, Have you seen the flowers on the river?, stampe fotografiche, 2007. Courtesy l’artista.

VA e CL: L’8 marzo verrà inaugurata al PAV di Torino la tua prima mostra personale italiana Ecology of Loss. La mostra riunirà diverse opere in cui hai affrontato il tema della “perdita”. Una perdita collettiva, come ci mostri nel tuo video di denuncia Landscape as Evidence: artist as Witness in collaborazione con Navjot Altaf e Sheba Chhachhi. Cosa significa per un artista essere testimone e osservatore?

RA: La domanda che mi si pone è: essere “testimone” di cosa? Che cos’è il crimine e quali sono le prove che sono state commesse? Come pensiamo alla perdita – è solo attraverso l’assenza? Che cosa succede se il quadro epistemologico stesso si basa sull’oggettivazione della natura come merce? Quindi, da quanto ho capito, il diritto esistente non può occuparsene, ma dobbiamo mettere in discussione i presupposti stessi su cui si basano queste categorie.

Un artista ha la possibilità di comprendere qualcosa nelle sue esistenze a più livelli, non solo in un’architettura forense di conoscenza e prova.

La conoscenza affettiva è altrettanto importante nel modo in cui “sappiamo” qualcosa. Così un artista può mettere in discussione in modo più profondo, le stesse fondamenta su cui poggia un momento del tempo. Questa è per me la grande possibilità dell’arte.

La questione della natura è una di queste – è una questione che definisce chi siamo.

Ravi Agarwal, Alien Waters, serie fotografica, 2004-2006. Courtesy l’artista.

VA e CL: Nel 1996 hai fondato Toxics Link: una ONG che mira ad una coscienza ambientale collettiva. La tua posizione è chiaramente politica. Crei strumenti per smascherare l’equilibrio di potere all’interno di ogni ecologia e agisci attivamente per cambiarli (pensiamo all’opera Have you seen the flowers on the river?). Sei prima di tutto un attivista e coinvolgi il tuo corpo nelle tue foto. Puoi parlarci del ruolo centrale del corpo nelle tue opere?

RA: Credo che l’idea di noi stessi sia come siamo nel mondo. Un mendicante ha pochissimi bisogni e crea un mondo di scarsità di cose ma una ricerca di idee. L’avidità del potere crea desideri da dominare e possedere. Siamo profondamente politici nel modo in cui trattiamo con noi stessi e con gli altri.  Si parte da se stessi, dal nostro pensiero e dai nostri desideri.

Tuttavia, il complesso mondo che noi, come esseri umani, abbiamo creato, richiede molteplici impegni.

Toxics Link è stato progettato per lavorare nello spazio istituzionale, per essere presenti e per favorire il cambiamento nel modo in cui la natura viene portata nel mondo dei diritti, del diritto, della comunità e della politica. Come artista, cerco di riflettere su idee più elementari che mi guidano, mi sfidano e condividono. Sento di essere il punto di partenza del mondo in cui vivo, e di avere l’agenzia per capirlo e cambiarlo.

Ravi Agarwal, Alien Waters, serie fotografica, 2004-2006. Courtesy l’artista.

VA e CL: Nei tuoi lavori utilizzi diversi mezzi artistici come video, installazioni, fotografie e diari. Quest’ultimo appartiene ad una sfera privata, ma nella tua pratica diventa una riflessione condivisa e collettiva. In questo modo, la tua esperienza personale diventa un modo per affrontare le questioni legate alla comunità. Come può l’autobiografia diventare un’indagine socio-politica?

RA: Sono profondamente curioso di molte cose intorno a me e mi piace immergermi in un luogo, un’idea o una domanda. Farlo per me è una sorta di modo etnografico o antropologico dilettantistico. Una serie di osservazioni porta a un’altra serie di domande, come per districarsi. Ci si muove avanti e indietro, lateralmente e più in profondità. Per me questo processo personale non riguarda la mia sfera privata, ma un modo per riflettere e indagare. Non si tratta di me di per sé, ma del mondo in cui partecipo, rifletto e possibilmente mi confronto.

Ravi Agarwal, Bhatti Mines, 2004. Courtesy l’artista.

Ravi Agarwal, Alien Waters, serie fotografica, 2004-2006. Courtesy l’artista.

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