Nonna Letizia Battaglia, intervista di Marta Sollima

…dalla banale dolcezza dei fiori alla noia del folklore siciliano…

Incontro mia nonna Letizia a Brescia, in un elegante convento che funge da albergo. Varcata la soglia d’ingresso mi ritrovo tra divani rossi in capitonné – dietro cui si scorge un ampio cortile – e grandi dipinti raffiguranti Gesù Cristo. Realizzo dunque che incontrare la mia nonna non credente in un luogo simile sia un’esperienza singolare. Salgo le imponenti scale, raggiungo la sua stanza, io l’abbraccio e lei mi abbraccia. Stanca per il viaggio, si distende sul letto a pancia sotto, mentre io mi siedo sul cuscino incrociando le gambe. Le sue dita stringono una sigaretta. Con la curiosità, l’affiatamento e l’affetto che ci legano quando non ci vediamo da diverso tempo, cominciamo a parlare…

Marta Sollima: Nonna, nella tua mostra Fotografia come scelta di vita alla Casa dei Tre Oci di Venezia è esposta una tua foto a colori che ritrae un fiore. È provocatoria questa scelta? Prima di scattarla hai mai considerato il fiore banale come soggetto fotografico?

Letizia Battaglia: Sì, ho sempre considerato banali quelle fotografie che ritraggono fiori (dice ridendo). Un fotografo americano famosissimo che si chiama Dennis Stock ha fatto la sua fortuna ritraendo fiori. Io non li ho mai fotografati o se l’ho fatto è stato in momenti privati, piccoli, così, volendo coglierne la dolcezza. Il fiore che ho esposto ai Tre Oci non è una provocazione, è un momento dolce di banalità. Io a quest’età, avendo lavorato tanto, voglio permettermi pure la banalità. Un piccolissimo fiore caduto da una piantina mi suscita a volte delle domande: i fiori capiscono? Le piante capiscono? Non c’entra forse neanche questo… ma era importante per me anche accettare di essere banale.

MS: Non è l’unica tua foto a colori, ce ne sono anche altre esposte in mostra. È una tua nuova fase? Cosa ti spinge oggi a stampare le tue foto a colori?

LB: Amore… cerco di sperimentare, di trovare altre forme. Ma non gli do tanta importanza…In mostra è esposta la foto a colori di una bambina con la bandiera comunista, lei è metà in luce; è una bella foto ma ha valore anche in bianco e nero. Sperimentare… non ho da rendere conto a nessuno, posso fare quello che voglio.

MS: Nel tuo progetto Gli Invincibili hai selezionato una fotografia in cui Pasolini si copre il viso con le mani. Come mai hai scelto proprio lo scatto in cui la riconoscibilità del suo volto è oscurata?

LB: Dopo tanti anni ho ricordato quel momento in cui lui era piuttosto triste perché lo stavano attaccando e accusando di pornografia e ho voluto legare a me quella tristezza più che le fattezze del suo viso… Quella sua poetica infranta, disprezzata, non capita dagli altri… Ho voluto stare con lui.

Letizia Battaglia, Invincibili. Pier Paolo Pasolini, 2013.

MS: Pina Bausch si esibì a Palermo negli anni Novanta. E tu hai un ricordo nitido di lei… le gambe…

LB: Le gambe… (accenna un sorriso). In realtà le gambe le ricordo a Parigi durante un suo meraviglioso trentacinque minuti che si chiama Contact. Fu il primo spettacolo che io vidi di Pina Bausch, ero stranamente seduta nelle primissime file, non ricordo come mai fossi riuscita ad ottenere un posto davanti. Mi innamorai perdutamente di lei quando notai che le ballerine e lei stessa – perché lei era presente in quello spettacolo anche se aveva una particina – avevano tutte i pelazzi lunghi nelle gambe… Sai quando li radi e poi crescono e poi non li radi più? Erano lunghi ed era la sua arroganza che mi piacque, l’arroganza… le ballerine meravigliose, avevano tutte più di quarant’anni tra l’altro… Questa sua libertà mi piacque molto e non la lasciai mai più.

MS: La tua mostra a Venezia si conclude con una tua frase ricopiata sul muro in cui dici: “Basta parlare di mafia. Parliamo di altro, parliamo di bellezza, di giovani, di futuro”. Dici che è arrivato il momento di farlo? Come immagini il futuro a Palermo?

LB: Come lo immagino… Non sono una strega, non posso prevedere il futuro. Immagino ci saranno molti problemi, molti accadimenti. Palermo è una città che si sta muovendo. Succederanno cose nuove, cose diverse, io non voglio rimanere legata e traumatizzata da ciò che è stato, capisci? La mafia è stata, sicuramente c’è ancora e ci sarà ancora, però non posso solo chiudermi in questa storia della mafia. Voglio andare avanti, lavorare per altro. Questo è il futuro: lavorare per altro.

Letizia Battaglia, Vicino la Chiesa di Santa Chiara. Il gioco del killer, 1982.

MS: Il centro internazionale di Fotografia di Palermo che tu dirigi è un’esperienza complicata, viva, dinamica. Finora ti sei focalizzata soprattutto su grandi fotografi, ma anche su giovani e sconosciuti. Quali sono i fotografi emergenti che secondo te meritano attenzione e ai quali dai spazio?

LB: Vuoi nomi e cognomi?

MS: No, vorrei sapere cosa cerchi nei giovani fotografi.

LB: A me interessa che la gente cresca veramente nel profondo… Non mi interessa che siano emergenti, mi interessa che crescano, che abbiano uno spazio, uno scambio culturale con intellettuali, con altre persone… è un lavoro molto politico quello che faccio con la fotografia nel centro che dirigo. E secondo me non c’entra solo la fotografia, c’entra proprio il vivere. La fotografia per quello che mi riguarda mi ha dato vita, quindi penso che possa dare vita anche ad altri, ma come la musica, le arti visive, la scrittura. La disciplina nei confronti di una materia, di un’arte, è straordinaria. Ecco, questo mi interessa, che ci sia serietà in rapporto alla fotografia. Che poi implica serietà nei confronti della vita.

MS: Oggi cosa vale la pena di fotografare? Quali storie bisognerebbe ascoltare o vedere?

LB: Le storie…? (Segue una pausa) Intanto c’è un pò di disattenzione da parte delle riviste, dei giornali nei confronti della marginalità, della semplice marginalità, le periferie, i giovani “normali” che vivono la loro vita. Un piccolo esempio: c’è una fotografa americana che ha fotografato tutte le stanzette delle ragazze; questo per me – anche se non sono foto divine – è un buon lavoro perché attraverso queste stanzette viene fuori tutta la vita di una ragazza. Ora, cosa vale la pena raccontare… Vale la pena rapportarsi sempre alla gente che soffre, raccontarla, rendere partecipi gli altri della sofferenza di una parte dell’umanità. Ma comunque sia, è anche importante raccontare la felicità, raccontare nel suo insieme la vita. Storie belle e storie brutte. Ma è importante raccontare non solo storie, anche momenti. Come nuvolette… Non la grande storia, ma la piccola storia di un momento.

Letizia Battaglia, Teatro Garibaldi, 2005.

MS: Com’è cambiato dai tuoi tempi il rapporto dei fotoreporter con i giornali?

LB: Il rapporto dei fotografi con i giornali è sempre stato molto difficile, anche nel passato: i redattori non firmavano le foto, le tagliavano, le mettevano come noi non volevamo… Non le capivano. Però allora noi fotografi almeno riuscivamo ad essere pagati, apprezzati, perché non tutti erano fotografi, quei pochi che c’erano godevano di un certo riconoscimento, per lo meno all’interno dei grandi giornali italiani e stranieri. Oggi la macchina fotografica digitale o il telefonino permettono anche ai non fotografi o ai non colti di scattare buone fotografie, ma c’è meno rispetto, meno attenzione per la buona fotografia… Ma cosa è la buona fotografia? Non è l’unica fotografia bella che fai di un paesaggio, di una ragazza o di una situazione, è un insieme, un lavoro fatto di tante foto. La singola foto la possono fare tutti bene, ma tutto il lavoro, il racconto di una società, di una situazione, quello no… Sono le tante fotografie che fanno un grande fotografo, e oggi c’è poca attenzione. I direttori dei giornali si occupano malamente di fotografia, non sanno cosa sia la buona fotografia, si affidano al grande nome, a Salgado, a chi fa i reportage di guerra… E tutto finisce lì. Oggi il fotografo non può neanche più campare con la fotografia, deve purtroppo fare due lavori se no non riesce a vivere, ma questo è successo anche in passato: Jane Evelyn Etwood ha fatto la postina tutta la vita e intanto ha ricevuto premi come fotografa, poi, quando è andata in pensione, quando ha cominciato a guadagnare come fotografa, ha lasciato il lavoro di postina. E così oggi: fai l’impiegato e fai il fotografo…

MS: Tornando alla mostra ai Tre Oci, come hai vissuto l’esperienza di trovare tue foto nuove, inedite per l’esposizione?

LB: Ero molto, molto preoccupata. Ero quasi angosciata. Poi la curatrice Francesca Alfano Miglietti mi ha rassicurata dicendomi che la mostra era bellissima, e quando sono entrata ho ritrovato tutti i momenti che non avevo più rivissuto perché prima non avevo visto queste foto – le avevo scattate per poi metterle da parte. Le ho riviste camminando in mezzo al pubblico, distratta da domande, dalla gente; ogni istante l’ho rivissuto identico rispetto quando avevo scattato quelle foto! Io sono sempre stata attenta a scegliere le mie novanta fotografie, massimo cento, perché volevo fossero molto rappresentative del mio pensiero più severo. Invece è stata una bella avventura farmi rappresentare dai miei momenti minori che forse non erano degni di vivere da soli… Fotografie che forse da sole in un libro non avrebbero suscitato emozioni, ma messe insieme è stata una bella esperienza di umiltà, di accettazione che siamo anche piccoli…

MS: Tempo fa mi hai parlato di una mostra di Rauschenberg che ti ha fatto commuovere…

LB: Mamma mia… Credo di ricordare che fosse al MoMA di New York, erano tre piani di lavori che forse avevano attraversato trenta, quaranta, cinquant’anni… Guarda, è stato bellissimo ripercorrere i pezzi di legno che lui metteva insieme, che stampigliava, per poi piano piano arrivare alla delusione profonda dell’ultimo lavoro. Delusione profonda: era una scopa di porcellana bianca. Io non l’ho capita quella scopa, non l’ho capita, perché mentre le opere che la precedevano erano tutte complesse e arzigogolate, questa scopa col manico era di porcellana bianca. Però ero molto emozionata, Rauschenberg rimarrà nel mio cuore, nella mia cultura; è il mio piccolo patrimonio, come Ezra Pound e altri intellettuali che amo…

Letizia Battaglia, Rielaborazioni, 2008.

MS: Il tuo rapporto col cinema… Nonna, quanti film mi hai fatto conoscere???

LB: (Ride). Amore, non mi ricordo quanti te ne ho fatti conoscere, però il mio rapporto con i film è stato importante per un certo periodo in cui ci si recava più spesso al cinema. Oggi con la televisione spesso vengo accalappiata dalle proposte televisive… (Squilla il telefono)

MS: Rispondo?

LB: Ah sì, ci sarà qualcuno che viene a farmi un saluto…

MS: Per i pranzi e le cene in famiglia non abbiamo mai comprato o cucinato del cibo della tradizione siciliana, in generale non abbiamo mai avuto attenzione per le tradizioni della nostra regione, perché?

LB: A me della tradizione non me ne frega un cazzo! E poi “perchè”, che cosa complicata… Io so cucinare i piatti siciliani perché li cucinavano mia madre, mio padre, tuo nonno… quindi so occuparmi di cucina siciliana, ma so anche fare qualcosa di cinese, di indiano… Insomma, non mi piace chiudere la mia cultura in una regione. Non mi piacciono le canzoni siciliane, non mi piacciono i carretti siciliani, non mi piacciono le danze siciliane, le poesie, poi, in dialetto… Insopportabile! Sono una siciliana con grande orgoglio, con grande… No anzi, orgoglio niente, sono siciliana. Amo la mia terra e basta. Si poteva chiamare pure in un altro modo. E… il folklore mi annoia, mi sembra che mi chiuda dentro una gabbia. Tutti siamo così in famiglia. Anche la tua mamma fa cucina di invenzione sua, sì, ma non c’entra soltanto la cucina, c’entra il sentire la tradizione come qualcosa che… che non ha nulla a che fare in realtà con noi. L’abbiamo superata. Rispettiamo la tradizione ma credo…credo… che non abbia nulla a che fare con la nostra famiglia.

MS: Nonna…

LB: Ehi…

MS: Mi daresti la tua ricetta della pasta con le sarde?

LB: Allora… certo mia nipotina, certo (con tono ironico). Compri il finocchietto selvatico, lo butti nell’acqua bollente, lo fai a pezzettini piccoli piccoli… No. No, ho sbagliato. Ricominciamo da capo! Butti dentro l’acqua calda il finocchietto selvatico, quando è cotto lo butti piccolo piccolo piccolo, tutto sminuzzato. Compri le sarde e te le fai pulire però dal pescivendolo perché se no impazzisci. Fai levare la lisca, tutte le cosine, quelle dure, e le sarde le metti a cucinare con un pò d’olio. Chi ama la cipolla mette la cipolla, io non la metto; deve cucinare sai come? Un attimo, solo un attimo. Poi butti nell’acqua calda passolini e pinoli per farli rammollire, poi tutte queste cose le mescoli con lo zafferano, che si usa pochissimo da noi, però la pasta con le sarde si fa con lo zafferano. Cali i bucatini belli al dente e quando sono cotti, poco cotti, li mescoli con le sarde, il finocchietto selvatico, olio, passolini e pinoli, e la pasta con le sarde è fatta. Ecco, ti dirò che a parte lascerei qualche sarda intera così la metti come decorazione, perché mescolandole sono diventate una specie di poltiglia meravigliosa ma in cui le sarde non si vedono più. Ecco, metti la pasta su un piatto di portata lungo, metti la pasta bella lì, bella gialla, condita con sarde, finocchietto, passolini e pinoli e zafferano. E sopra ci metti qualche piccola sarda, e basta, cucinata semplicemente.

 

Marta Sollima nasce nell’estrosa Palermo nel 1995. Nel 2014, conclusi gli studi liceali, vuole immergersi nell’atmosfera moderna delle metropoli, così si trasferisce a Milano per studiare Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Si laurea nel 2018, anno in cui si iscrive al biennio specialistico in Arti visive e studi curatoriali alla NABA Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Marta ama scrivere cimentandosi in molteplici forme testuali e narrative; ultimamente è interessata allo studio culturale e artistico dei Paesi che affacciano sul Mediteranneo, in particolare della Sicilia e dei Paesi arabi. Ama anche la musica, il cinema e il cibo siciliano, in particolare la cassata.

Marta Sollima e Letizia Battaglia.

 

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