“il corpo è la prima cosa che ho e il corpo sono io, non fa esattamente lo stesso” Intervista a Lea Melandri

a cura di Lara Pisu.

Denaturalizzando le relazioni tra genere, soggetto, visualità e potere, la dimensione critico-estetica della cultura che il femminismo ha assunto a partire dagli anni Settanta, si è orientata contro una scala di rappresentazione segnata dall’autorità del canone maschile-dominante e subordinata per secoli dal discorso patriarcale. Oggi tale dimensione riemerge come strumento funzionale a decostruire la “donna” in quanto segno, dentro un sistema binario maschile-femminile, per diventare un soggetto politico.

L’immaginario sociale, il nostro stare al mondo, viene preso come un dato di fatto, senza mai interrogare il proprio status all’interno di una società, ed è nelle radici di questo imprescindibile immaginario che si annida la violenza.

Cosa succede nel momento in cui si tenta di mettere in dubbio ciò che viene dato, ciò che viene passato come legge naturale e generale?

Wangechi Mutu, Historical Romantic series, 2002.

Lara Pisu: Vorrei partire con una domanda che sta alla base della comprensione della condizione della donna. Come mai il genere femminile è stato ridotto all’aspetto dicotomico di madre-prostituta?

Lea Melandri: All’origine delle identità e dei ruoli attribuiti alla donna c’è la differenziazione che ha posto l’uomo come coscienza, spiritualità e immortalità e la donna come corpo, animalità, materia. Nel suo libro “Il matriarcato”, J.J.Bachofen, riprendendo in questo i miti dell’antichità, lo dice con chiarezza: il principio paterno si eleva al di sopra delle leggi della vita materiale, la maternità invece fa parte della componente carnale dell’uomo, e “solo su di essa si basa il suo legame con gli altri esseri viventi”.

Le figure della madre e della prostituta, che attraversano millenni di cultura patriarcale, rimandano in modo deterministico a questa identificazione col corpo, visto come sessualità, incarnazione – si legge nel saggio di Otto Weininger, Sesso e carattere – della sessualità dell’uomo, la sua “caduta”, la sua “colpa”, e come maternità, potenza generatrice. Questa è la ragione per cui, benché frutto di costruzione storica, culturale, ideologica, i ruoli attribuiti al “femminile”, le donne considerate un “genere”, un tutto omogeneo, sono stati interiorizzati da uomini e donne come “naturali”.

Annette Messager, Mes Ouvrages (Possession), 1998.

LP: Riprendendo il suo testo cito: “Sappiamo di “essere” il nostro corpo, ma pensiamo di “averlo”, come se la coscienza avesse un altro ordine di esistenza, stesse nel corpo come in una casa, lumaca nel guscio. Dirci: il corpo è la prima cosa che ho e il corpo sono io, non fa esattamente lo stesso. Essere e avere non sono lo stesso.” Essendo che la donna è stata identificata con il corpo, ed essendo che il corpo è considerato al pari di un agente esterno da possedere (avere il corpo), questo pone la donna nelle condizioni di essere percepita come oggetto? È in questo frangente che si legittima il possesso?

LM: Tra tutti i dualismi che abbiamo ereditato, si può pensare che la separazione, contrapposizione, tra “corpo” e “pensiero” sia quella che sta a fondamento, oltre che delle figure di genere, maschile e femminile, di tutte le polarizzazioni che abbiamo ereditato dalla cultura patriarcale: biologia/storia, individuo/società, corpo/polis, sentimenti/ragione, ecc. Si tratta, con evidenza, di aspetti dell’umano tra loro inscindibili, e perciò complementari, anche se disposti secondo una precisa gerarchia di valore (vita superiore e vita inferiore). Il fatto di vivere il corpo come se fosse “altro da noi”, di “avere” un corpo, mentre in realtà “siamo” un corpo pensante, si può ipotizzare che sia legato, almeno in parte, alla sua “oggettivazione”: lo spostamento fuori di sé, da parte del soggetto maschile, della sua radice biologica, della fragilità e dei limiti che vi sono connessi – la nascita, l’invecchiamento, la morte -. Associata all’idea di “avere”, anziché “essere” un corpo, c’è l’illusione di poterlo controllare, di potersi sottrarre alle sue leggi, alla sua improrogabile finitezza.

Identificata col corpo, qualcosa di analogo si può dire per la donna: “oggetto”, “cosa”, “proprietà”. Il rapporto di potere dell’uomo sulla donna parla non a caso la lingua dell’avere, del dominio, del controllo, di una “risorsa” da sfruttare, di una “cosa”, e non di una persona che gli si pone davanti col suo “essere”, la sua soggettività.

Ana Mendieta self portrait with blood 1973.

Suzanne Lacy, Three weeks in May, 1977.

LP: Cito John Berger: “il vedere […] determina il nostro pensiero all’interno del mondo”. Poniamo il paradigma estetico del nudo, uno dei generi artistici più diffusi in Europa (nonché anche uno dei più commercializzati), attraverso il quale “la donna esibisce la propria femminilità di sorvegliata”, e dove “ella si trasforma in oggetto […] di visione: in veduta”. A carattere storico (ma non solo), in che modo questo aspetto ha influenzato le modalità con cui le donne hanno percepito loro stesse? Che tipo di dislivello si crea tra lo spettatore e l’osservato?

LM: Alle parole di John Berger, che descrivono con chiarezza la posizione della donna, nel paradigma estetico, ma non solo, come “oggetto di visione”, aggiungo quelle di Rossana Rossanda in un articolo uscito sulla rivista “Lapis” (n.8, giugno 1990) e poi sul libro, curato da me, “Questo corpo che mi abita”, Bollati Boringhieri 2018): “A lei la seduzione è così inerente che il “come appare” è decisivo: è anzitutto “vista”. Uno specchio l’accompagna sempre: è lo sguardo dell’uomo sul suo corpo, per cui è prima di tutto bella o brutta, bionda o bruna, gambe e seni e fianchi. Lei non può non vedersi “vista” (…) Il dover fare i conti con questa immagine coattiva, con il vedersi vista, complica il rapporto femminile col corpo, aggiungendosi al carico simbolico della maternità: sono due corazze che le vengono pesantemente collocate sul “guscio”.

Annie Sprinkle, Anatomy of a Pin-Up Girl, 1991.

Il modo con cui le donne sono state pensate dalla cultura maschile, viste dallo sguardo maschile, non poteva che essere fatto forzatamente proprio. Che altro potevano fare, lasciate fuori dal governo del mondo, dalla cultura, dalla parola pubblica, se non fare propri quei ruoli, e tentare di strappare, usando le potenti attrattive loro attribuite, come la seduzione e la maternità, un qualche potere e piacere? Nel tentativo di fare del loro corpo – erotico, generativo – una moneta di scambio, si può dire oggi che le donne con l’emancipazione sono diventate “soggetti” che si “oggettivizzano”, tornano a porsi, da una posizione di maggiore forza, come “cose”, o, per venire alla società dei consumi, alla pubblicità, come esca per un acquisto. Si potrebbe dire che, a essere venduta è innanzi tutto l’immagine, o l’identità del femminile, quella che da Platone, Aristotele, ecc., lungo il percorso della cultura greco romana cristiana, è scesa fino ai banchi del mercato, e cioè che le donne sono, per loro “natura”, madri o puttane. Anzi, alternativamente, sia l’una che l’altra.

Una volta ridotta la donna a oggetto o cosa, ne risulta “normalizzata” anche l’appropriazione. Perché meravigliarsi se gli stereotipi di genere si installano precocemente nell’immaginario di chi guarda, dal momento che le donne sono rappresentate e purtroppo si rappresentano come corpo: corpo esposto al desiderio, o a disposizione di altri, per il piacere sessuale o per la cura?

Ana Mendieta, Anima, Silueta de Cohetes (Firework Piece), still, 1976.

LP: Nel contemporaneo siamo sottoposti ad una quantità di immagini che va al di là di ogni comprensione. Televisione, giornali, cartelloni pubblicitari, social network. È possibile dunque che ad oggi l’immaginario che definiamo “normale” venga creato da queste rappresentazioni? Il virtuale sta surclassando il reale?

LM: L’immaginario legato alle figure del maschile e del femminile, pur con qualche mutamento legato alle diverse epoche della storia, stando alle immagini che passano nei media oggi – dalla televisione ai social, alla pubblicità -, sembra obbedire a una radicata “permanenza”. Quella che consideriamo “normalità” trae la sua ragion d’essere dall’ideologia patriarcale che ha confinato fin dall’origine ruoli e identità del maschio e della femmina nell’immobilità delle leggi naturali. Quando si dice, a ragione, che le figure di genere sono una costruzione storica, culturale, che porta perciò i segni del dominio maschile, non si tiene abbastanza conto che dietro alla ragione storica c’è un immaginario che ha radici profonde nell’inconscio collettivo, in quella che io chiamo la “preistoria” degli umani, la “memoria del corpo”, le esperienze che si sono sedimentate nell’infanzia del singolo, come delle società, e che stentano a diventare persino ricordi. La mia ipotesi è che la durata delle figure di genere sia da attribuire al fatto che strutturano rapporti di potere, ma anche quello che io chiamo “il sogno d’amore”, come armoniosa ricomposizione di “nature complementari”: sentimenti e ragione, corpo e pensiero. Finché il maschile e il femminile sono pensati come le due metà di un intero, la spinta alla fusionalità, all’unità a due, all’appartenenza intima a un altro essere, continuerà ad avere il suo fascino e a creare vincoli di indispensabilità reciproca anche dove non sono necessari, alimentando illusioni amorose e pulsioni violente. “Reale” perciò va considerato anche l’immaginario, per il peso determinante che ha nelle nostre vite.

Paola Agosti, Roma, 8 marzo 1977 ©Paola Agosti

LP: Parlando di immaginario, nell’epoca odierna siamo sempre più ossessionati dall’aspetto fisico, ma con un’arma in più al nostro fianco: la chirurgia estetica. Riprendendo il suo testo: “Non c’è motivo di restare uguali, se c’è la possibilità di cambiare in meglio”, dove inoltre lei stessa sottolinea l’inspiegabile contraddizione che si cela dietro questa necessità di cambiamento, ovvero “la paura di non avere un aspetto normale”.

LM: A proposito di chirurgia estetica, mi viene in mente una affermazione di Gustavo Pietropolli Charmet: “Il senso di inadeguatezza si trasferisce dalla colpa e dal peccato alla bellezza, alla forma fisica, alla popolarità, al ruolo del gruppo.” Perciò, liberi sì, ma di somigliare a tutti i costi ai modelli vincenti che vogliono, in particolare le donne, magre, belle, efficienti. “Normale” diventa così chi vince la sfida di una “personalizzazione” che è continua e ossessiva “messa in forma” del proprio essere fisico e psichico, traduzione delle figure uniformanti delle mode e dei consumi nel sogno della propria unicità. L’idea di “cambiare in meglio” per sfuggire all’uguaglianza, in una società che interviene ormai pesantemente dall’esterno a formare gli individui, colonizzare l’immaginario e i desideri, finisce inevitabilmente per fare della libertà nient’altro che “libertà di conformarsi” allo stesso modello.

VALIE EXPORT, Action Pants: Genital Panic [Aktionshose: Genitalpanik], 1969.

LP: Prendendo in esempio le pratiche artistiche di tipo femminista, ciò che queste attuano è una risignificazione e una riappropriazione del corpo. Secondo lei, per quale motivo le soggettività in qualche modo oppresse nel momento in cui si avvalgono di una pratica creativa (artistica, letteraria, filosofica) mettono sempre al centro della propria produzione il disvelamento della loro oppressione?

LM: Le pratiche creative femministe – che si tratti di scrittura o di arte, filosofia o letteratura, ecc.- si può dire che partano di necessità dal luogo dove le donne sono state messe, dalle ferite di cui portano i segni le loro storie, da quel “margine”, come dice bell hooks, sta tra la loro sottomissione e la libertà intravista. La rivoluzione culturale politica del femminismo ha significato essenzialmente riscoprire la “politicità” del vissuto personale, quell’archivio delle esperienze più universali dell’umano che è il “sé” delle “singolarità incarnate”. Ma, al medesimo tempo, ha portato a consapevolezza le tante “illibertà” che ci portiamo dentro, eredità di una cultura dominante maschile trasmessa inconsapevolmente da una generazione all’altra per uomini e donne, e compresa, per usare le parole di Sibilla Aleramo, “solo per virtù di analisi”. Per la pratica non autoritaria nella scuola parlavamo di una fase “distruttiva”, rispetto ai poteri che avevano prodotto sottomissione e sfruttamento, e di una fase “liberatrice”. Oggi forse si può tentare di tenerle insieme.

Marzia Malli, Manifestazione in piazza Duomo, Milano, gennaio 1976.

Lea Melandri è un’attivista, saggista, giornalista italiana; dal 2011 presidentessa della Libera Università delle Donne di Milano. Ha fondato insieme a Elvio Fachinelli la rivista L’Erba Voglio, e fra i suoi scritti più importanti si annoverano L’infamia Originaria: facciamola finita col cuore e la politica, L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà e molti altri.

È stata ed è tutt’oggi una delle figure più importanti e attive nella storia del femminismo italiano, oltre che punto di riferimento nella nuova ondata femminista transnazionale.

Marcella Campagnano, Sulla nave verso Femø, con al centro Lea Melandri, documentazione degli incontri sulla strategia femminista internazionale, isola di Femø, agosto 1974. Cortesy Marcella Campagnagno.

Giovane e polemica, Lara Pisu è un’artista che basa la sua pratica nella ricerca. Interessata alla divulgazione, il suo approccio è fortemente politico e i suoi lavori si concretizzano in libri d’artista e pamphlet. La sua produzione è influenzata da femminismo, studi post-coloniali, ricerca scientifica, psicoanalisi e qualsiasi altra cosa riesca a leggere.
Per riassumere il suo pensiero in un unico assunto: “l’arte senza lotta è decorazione”.

 

 

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