Oltre il bagliore degli schermi. “Relapse” o come svelare l’incosciente nelle narrazioni visive di Stefano Serretta

di Roberta Garieri.

«La rivoluzione non si riduce a un’appropriazione dei mezzi di produzione, piuttosto include e si basa in una riappropriazione dei mezzi di riproduzione, riappropriazione attraverso il “sapere-del-corpo”, della sessualità, degli affetti, del linguaggio, dell’immaginazione e del desiderio. La vera fabbrica è l’incosciente e pertanto la battaglia più intensa e cruciale è micropolitica», Paul B. Preciado.

«Il fascismo è inseparabile dai nuclei molecolari che pullulano e saltano da un punto all’altro, in interazione, prima di risuonare tutti insieme nello Stato fascista», Gille Deleuze, Felix Guattari.

Un giorno qualcuno mi disse che posizionarsi di fronte alla forma prevalente di dominazione significa sentirla sulla propria pelle, riconoscerla, scandagliare le sue strategie per poterla svelare e, in parte, decostruire. Si tratta di un processo lento, lentissimo, di metamorfosi singolari. Spostamenti che ridefiniscono, di volta in volta, il proprio luogo di enunciazione.

Decostruzione

Riparazione

Archeologia

Deambulazione

Mappatura

Stefano Serretta, Ouverture, azione, Genova, 2012.

Posizionamenti

 

Inizia così, tramite gesti ripetuti, fino al momento in cui tutto sembrerebbe ricominciare. Ma non si tratta di una tabula rasa, poiché lo sa bene Stefano Serretta che la storia è un groviglio ed ogni suo intreccio può essere sciolto e riannodato più e più volte. Poiché non esistono linee rette, così come non esiste un punto 0.

La storia non si ferma

La profezia della sua fine è già stata smentita

La storia va sempre ricominciata

 

Stefano Serretta, Ouverture, azione, Genova, 2012.

Far crollare l’uomo bianco

 

Fin dagli inizi, la riflessione artistica di Stefano Serretta indaga gli interstizi del tempo, muovendosi tra rovine e macerie, riattivando memorie recenti per connetterle a futuri possibili, opponendo alla linearità cieca e unilaterale del progresso una poetica del gesto intermittente che frammenta gli spazi, siano essi urbani o virtuali. I suoi interventi abitano dunque la fessura, l’aporia epistemica che infetta i nostri immaginari, i nostri saperi e i nostri desideri, quelli da cui sarebbe necessario ripartire.

Stefano Serretta, There is disorder under Heaven, Indian ink, acrylic, and felt-tip on paper, 2021.

Relapse (N.1, N.2, N.3) è una rivista cartacea che si situa in un inframondo virtuale, ancora non poi così familiare o comprensibile. Per realizzarla Serretta ha privilegiato i tempi dilatati. Occupare la lunga durata, contro la politica dell’immediatezza propria del mainstream, emerge nella scelta del formato. Anche la sua disposizione installativa risiede in questa estensione temporale e sembrerebbe inoltre essere pensata per destabilizzare la posa seduta che assumiamo quando leggiamo un comune giornale, trasportandoci dal privato al pubblico, dall’individuale al collettivo, dall’invisibile al visibile.

Stefano Serretta, The same, only worst, acrylic and felt-tip on paper, 2020.

La linearità della pagina è così annullata a favore di un dispiegamento che forza i corpi ad un’immersione totale all’interno di quella galassia virtuale, o “diluvio digitale” in cui l’artista si è immerso. Opacizzare le vetrate degli spazi culturali che hanno accolto le tre edizioni di Relapse (Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, ALMANAC INN di Torino, Museu Santa Joana di Aveiro, Palazzo Ducale di Genova e Museum of the City of Skopje) diventa così un gesto-metafora che interroga l’istituzione artistica e il suo divenire. Dall’esterno delle facciate principali, perplessi dinanzi l’illusoria chiusura, ci chiediamo:

Sono questi i luoghi che oggi ci permettono di individuare le forme di esclusione e invisibilità, così come le strategie per rafforzare le posizioni dei soggetti nei giochi di potere e di identità? O sono i luoghi della cooptazione dei discorsi critici ormai assorbiti dall’egemonia neoliberista? Come possiamo ricollocare la cultura nella sua dimensione di ecosistema contro l’estrattivismo del nostro tempo?

Stefano Serretta, Play-by-play, Indian ink, acrylic, and felt-tip on paper, 2020.

Se la crisi che viviamo sembra investirci in maniera permanente e senza tregua, i musei dovrebbero accogliere e dibattere le sconfitte tanto quanto i successi, le paure, tanto quanto le utopie, i nuovi arrivi così come i ritorni dei passati rimossi; pensare un pò di più al futuro. E’ quanto propone Stefano Serretta con questo lavoro che ha l’ambizione di decodificare e svelare l’architettura visiva, linguistica e psicologica propria di quella propaganda amorfa che si erge a salvatrice di una crisi inventata dalla supremazia bianca per paura di perdere i suoi privilegi.

Stefano Serretta, G.O.D (generates – order – destroy), Indian ink and acrylic, 2021.

Stefano Serretta, Its gonna be great fun, Indian ink and acrylic, 2020.

Come sostiene uno studioso delle culture digitali in un suo recente articolo [Robert Topinka, 2019]:

[…] l’innovazione intellettuale dell’alt-right e dei suoi compagni di viaggio neoreazionari è di associare la politica dell’identità bianca a una critica della modernità che ribalta il postcolonialismo. […] I neoreazionari hanno resuscitato le nozioni ottocentesche di degenerazione razziale e di razza come indice di civiltà, le hanno suturate al tecno-futurismo, e hanno dispiegato questo mostruoso ibrido razzista sotto forma di quelle che in superficie sembrano critiche di sinistra e postcoloniali della modernità. Le componenti di questo pensiero sono familiari, ma questa precisa combinazione è nuova. La pratica intellettuale ed estetica dell’alt-right può quindi essere descritta come inquietante: strana ma interamente familiare, un ritorno nel presente di un passato represso. In breve, la novità dell’alt-right è un sintomo della sua vecchiaia.

Stefano Serretta, engagement, Indian ink and acylic, 2021.

Seppur assumendo le sembianze di un vecchio giornale che risulta utile per segnalare i lavori in corso di un edificio o il fallimento di un’attività economica, Relapse di Stefano Serretta è ciò che non sembra. Una “rivista immaginaria”, un artefatto transitivo “tra finzione e realtà”, che schiude ad una nuova mediasfera, una nuova età dello sguardo. La polvere delle rovine dei nostri futuri mutilati è anch’essa immaginaria. Basta un soffio per rendere manifeste le ultime frontiere della dominazione neocoloniale, tecnologica, soggettiva e affettiva. Esse si collocano al di là di quella miriade di pixel che Serretta ha avuto la curiosità di esplorare, sprofondando nell’abisso vorticoso – in cui ci si lascia trascinare – dell’“incosciente coloniale capitalistico” (Rolnik, S., 2019) che investe il nostro presente più immediato. Un presente non così periferico, che abita l’invisibilità dell’anonimato e i cui residui atomizzati testimoniano di decenni di formazione razziale bianca, così come di narrazioni dell’estrema destra in Europa e negli Stati Uniti. Un fantasma, di cui percepiamo la scia convulsa e turbolenta di emozioni che lascia al suo passaggio. Ira, odio, intolleranza, misoginia, sociopatia; un’economia di affetti negativi deliberati, produttrice di un capitale culturale e politico che potenzia mutuamente la cultura online del potere bianco e la comunicazione politica della destra radicale populista. Come afferma Paul B. Preciado, il momento controrivoluzionario in cui siamo immersi è segnato da “una riforma eteropatriarcale, coloniale, neonazionalista che cerca di disfare le conquiste dei lunghi processi di emancipazione operaia, sessuale e anticoloniale degli ultimi secoli” (Paul B. Preciado, 2018).

Stefano Serretta, Tours 732, indian ink and felt-tip on paper, 2019.

Stefano Serretta, Take back our future, indian ink and felt-tip on paper, 2019.

Nonostante la confusione causata dalla velocità con cui le informazioni circolano e sono recepite e le narrazioni dominanti costituite e interpretate, Serretta ci allerta su come questa nuova ideologia reazionaria agisca non solo come movimento politico, ma anche culturale, colonizzando le nostre rappresentazioni, tanto quanto le nostre coscienze. Relapse non intende dare una risposta a questo fenomeno, ma è un invito a comprenderlo per aprire linee di fuga, spazi e opportunità di resistenza e recuperare così l’azione politica.

Stefano Serretta, Relapse (N. 1), veduta dell’installazione presso Istituto Italiano di Cultura, Stoccolma, 2019.

Stefano Serretta, Relapse (N. 1), veduta dell’installazione presso Museu Santa Joana, Aveiro, 2020.

Stefano Serretta, Relapse (N. 2), veduta dell’installazione presso Alamanac Inn, Torino, 2019.

Ferber, A.L., 1999, White Man falling: race, gender, and white supremacy, Lanham, Rowman & Littlefield Publishers.

Preciado, Paul B., 2018, La izquierda bajo la piel. Un prólogo para Suely Rolnik. In Suely Rolnik, 2019, Esferas de la insurrección. Apuntes para descolonizar el inconsciente, Buenos Aires, Tinta Limón.

Topinka, R., 2019, “Back to a Past that Was Futuristic”: The Alt-Right and the Uncanny Form of Racism. In boundary 2.

Traverso, E., 2016, Malinconia di sinistra. Una tradizione nascosta, Milano, Feltrinelli.

Stefano Serretta, Relapse (N.3), veduta dell’installazione presso Palazzo Ducale, Genova, 2021.

Stefano Serretta, Relapse (N.3), veduta dell’installazione presso Museum of the City of Skopje, Skopje, 2021.

Stefano Serretta, Relapse (N.3), veduta dell’installazione presso Museum of the City of Skopje, Skopje, 2021.

Stefano Serretta, Relapse (N.3), veduta dell’installazione presso Museum of the City of Skopje, Skopje, 2021.

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