Strike MoMA: Contesto e condizioni dello sciopero

Strike MoMA.

Stiamo scrivendo dalle terre unceded (rubate e mai concesse) del Lenni Lenape. Siamo solidali con lз Nativз Americanз e lз Indigenз a capo del movimento per l’insurrezione, la decolonizzazione e la rivendicazione delle proprie terre. Queste terre sono state rubate per creare degli stati coloniali, e coloro che sono stati espropriati continuano a vivere in condizioni di assedio, controllo e violenza espropriativa. Appoggiamo la restituzione delle terre, un imperativo rivolto a tutti i coloni e a tutte le istituzioni coloniali, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) e la città di New York. Nel tempo della sua fondazione, questa città è stata costruita su terre indigene rubate, lavorata e coltivata da africanз schiavizzatз. Appoggiamo l’immortale lotta per la Black liberation e le sue manifestazioni, qui e in tutto il globo.

Strati e strati della città sono stati costruiti da generazioni di migranti e rifugiatз provenienti da diverse parti del mondo, violentemente colpiti dalla modernità coloniale e capitalista. Basti pensare ai Mohawk, il cui duro lavoro ha dato forma allo skyline di Manhattan e allз lavoratorз nerз, latinoamericanз e asiatichз che fino ad oggi hanno manutenuto le infrastrutture urbane nonostante siano dislocatз dalle agenzie immobiliari a Chinatown, Mott Haven, East New York e così via. Chiediamo e sosteniamo asilo per tutte le comunità migranti e il movimento allineato per la de-gentrificazione. Appoggiamo l’autodeterminazione dellз oppressз che, ovunque nel mondo, combattono contro stati imperialisti, regimi oppressivi, forze di occupazione, élite finanziarie e corporazioni globali i cui intenti hanno costretto moltissime persone ad abbandonare le proprie case in posti come Porto Rico, Haiti, Honduras, Palestina, Iraq e Kashmir. Da dentro il ventre della bestia dell’impero statunitense, riconosciamo la nostra responsabilità e agiamo in solidarietà con le lotte di liberazione.

I manifestanti che hanno cercato di occupare l’atrio del museo alla fine hanno scelto di radunarsi in una piccola piazza sul lato opposto della East 53rd Street #strikemoma || strikemoma.org

Dalla Compagnie delle Indie Occidentali Neerlandese, alla dinastia Rockefeller, ai banchieri, gli speculatori e i guerrafondai che ad oggi occupano i seggi del consiglio di amministrazione del MoMA, ogni ricchezza è stata possibile solo con l’espropriazione. È un sistema del capitalismo imperialista, coloniale e razzista che genera violenza dal suo interno. Siamo solidali con tuttз quellз che scioperano contro il patriarcato ogni giorno, a lavoro, a casa, nei campi, nelle prigioni, nei centri di detenzione, nelle strade, nei rifugi. Terre rubate, popoli rubati, lavoro rubato, ricchezze rubate, mondi rubati, orizzonti rubati. Questa è la modernità di cui il MoMA è un monumento.

Quando scioperiamo contro il MoMA, scioperiamo contro la sua modernità intrisa di sangue. Il monumento sulla 53esima strada diventa il nostro prisma. Vediamo le nostre storie e le nostre lotte riflesse nella sua struttura cristallina, e intravediamo futuri appena schiusi. Il museo si trasforma in un teatro di operazioni dove i movimenti interconnessi per la decolonizzazione, l’abolizione, l’anticapitalismo e l’antimperialismo possono ritrovarsi l’un l’altro. Perché Strike MoMA? Per far sì che qualcos’altro emerga, qualcosa che stavolta sia sotto il controllo dei lavoratori, delle comunità e dellз artistз, piuttosto che dei miliardari.

New York Art Strike che invade l’atrio del Museum of Modern Art, 18 giugno 1970. Courtesy foto Jan van Raay.

I. Il caso contro il MoMA

A giorni, il miliardario dal fondo speculativo Leon Black dovrebbe rinunciare al suo seggio nel consiglio del MoMA. Sono passate sei settimane da quanto i profondi legami finanziari tra Black e Jeffrey Epstein sono emersi sui titoli dei giornali. Black ha già annunciato che sta abbandonando l’Apollo Global Management ma il MoMA è rimasto in silenzio sul suo ruolo attuale nel museo. Artistз e gruppi comunitari hanno richiesto la rimozione di Black, e chiamate all’azione sono girate per un mese pubblicamente. La settimana scorsa, fonti anonime hanno confermato ai media che Black sta affrontando pressioni dagli altri membri del consiglio per dimettersi. Loro sanno già che la sua presenza al consiglio è una ricetta per la crisi ma sbarazzarsi di lui potrebbe costituire un precedente e mettere a rischio l’utilizzo da parte del MoMA della sua inestimabile collezione d’arte. L’amministrazione del museo si trova ora in un classico dilemma decisionale. Sia che Black resti o che se ne vada, è emerso un consenso: al di là di ogni membro del consiglio, il problema è il MoMA stesso. MoMA Divest ha proposto un riepilogo delle sue motivazioni che afferma quanto segue: “Cinque membri del consiglio di amministrazione del MoMA – Steven Tananbaum, Glenn Dubin, Steven Cohen, Leon Black, Larry Fink – sono stati identificati e presi di mira da diversi gruppi negli scorsi anni per le loro ingerenze in guerre, prigioni razziste e sistemi di militarizzazione dei confini, saccheggio ed espropriazione, gentrificazione e dislocazione dei poveri, estrattivismo e degrado ambientale, oltre a forme di violenza patriarcale. I membri del consiglio di amministrazione hanno anche legami e sovvenzionano la Fondazione del Dipartimento di Polizia di New York. In Breve, il marcio è in seno all’istituzione, che include anche il PS1”. Noi siamo d’accordo e puntiamo il dito anche contro il seggio onorario a Ronald Lauder, il miliardario dei cosmetici che è anche presidente del gruppo lobbistico sionista del World Jewish Congress, uno dei maggiori finanziatori di Trump.  Bisogna guardare anche a Patricia Phelps Cisneros, i cui miliardi vengono dal Gruppo di estrema destra Cisneros, un impero mediatico ed industriale in America Latina. Parlando di America Latina, puntiamo i riflettori su Stevan Tananbaum, ammiratore di Jeff Koons e capo responsabile della Golden Tree Assets, un’azienda a fondo speculativo coinvolta nell’espropriazione della popolazione di Porto Rico attraverso il programma di debito e ristrutturazione PROMESA. E come potremmo dimenticarci di Paula Crown e James Crown dell’impero di armamenti General Dynamics il cui Crown Creativity Lab, al secondo piano del museo, ospita The Peoples Studio, uno “spazio sperimentale dove i visitatori possono esplorare le arti e le idee del nostro tempo attraverso programmi partecipativi”. Queste sono le condizioni che troviamo nel Monumento alla Modernità: oligarchi che decidono la vita e la morte delle persone utilizzando l’arte come strumento di accumulazione e scudo per le loro violenze.

I manifestanti hanno temporaneamente bloccato il traffico fuori dal museo #strikemoma || strikemoma.org

Ad un livello più basso, il MoMA è anche un luogo di lavoro disastroso. L’elitarismo, le gerarchie, la disuguaglianza, la precarietà, l'”usa e getta”, il razzismo, la misoginia. Ricordate dellз lavoratorз back-end, che sono stati messi in aspettativa e licenziati l’anno scorso, mentre i piani alti nuotavano nel lusso. Si stima che due terzi dei posti di lavoro nel campo dell’arte e della cultura in città siano stati perduti mentre il “David Rockefeller Director” del MoMA Glenn Lowry continua a portare a casa 2,3 miliardi di dollari l’anno, circa 48 volte lo stipendio di un educatore. Le fonti hanno confermato che appena prima della pandemia, il management del MoMA revocò ai lavoratori a contratto sottopagati l’invito alla festa di Natale, incluse persone che lavoravano da anni e anni nel museo. Le risorse umane avevano affisso un promemoria nella Operations Room. Un piccolo dettaglio che dice moltissimo. Fate sentire le vostre voci nella Operations Room!

Questo documento proviene da un movimento di prospettiva che vuole de-eccezionalizzare il museo. Rifiutiamo di riconoscere la separazione del museo dal resto della società. Vediamo che il MoMA esiste sullo stesso piano della violenza delle classi dominanti che l’hanno controllato fin dalla sua fondazione con la ricchezza petrolifera dei Rockefellers nel 1929. Non giustifichiamo più il regime. Da troppo tempo sono stati coinvolti nei massacri della nostra gente e si sono sempre aspettati che noi li ringraziassimo per la loro filantropia. Sì, sappiamo che Aggie Gund ha letto Il nuovo Jim Crow e ha venduto un Lichtenstein per finanziare l’Art Justice Found. Era un progetto in collaborazione con Darren Walker, presidente della Ford Foundation. L’uomo che ha dichiarato che “sarebbe un grande errore demonizzare i ricchi” in seguito alla cacciata di Kanders dal Whitney e che ha chiamato la polizia contro i Ford Fellows e i loro amici quando protestavano contro il suo “minimo” supporto alle nuove prigioni. Se rimanesse ancora qualche dubbio sulla connessione tra la Ford Foundation, la filantropia liberale e l’antisommossa, vi rimandiamo a questo studio classico.

Free Palestine/Strike MoMA insieme al Pop-Up De-occupation fuori dal museo. Courtesy immagini @marshallsweber, @vmandonnaud, @wittgens1 e Decolonize This Place, tratte dal sito di Strike Moma (week 7) #strikemoma || strikemoma.org

E l’arte, in tutto ciò? Amiamo l’arte, ma non abbiamo fiducia nel sistema dell’arte di cui il MoMA è l’epicentro. L’arte esiste a prescindere dal MoMA, l’arte non è un lusso ed è una parte vitale delle nostre comunità e dei nostri movimenti. L’arte è uno dei pochi mezzi di produzione disponibili alle soggettività oppresse per la creazione e il sostentamento di mondi alternativi che fronteggino la morte e la distruzione. Le forme estetiche e i poteri immaginativi dell’arte richiedono materiale di supporto: economie di solidarietà, piattaforme di cooperazione, infrastrutture di cura e mutuo aiuto. Ma l’economia politica del sistema dell’arte è antitetica rispetto a queste pratiche di affermazione vitalistica. È correlato piuttosto alla proprietà, alla penuria di risorse, alla competizione e all’assimilazione. Un canone. Un centro. Una metanarrativa della modernità, per quanto diversificata e globalizzata possa essere diventata. È governata da custodi, critici e stabilizzatori di canoni, che cercano di creare le condizioni per cui l’arte vive o muore, concedendo l’accesso a pochi selezionati e lasciando tutti gli altri alla falsa scelta se mangiare o fare arte. Non deve funzionare così.

Why MoMA? immagini tratte dal sito di Strike Moma (week 7) #strikemoma || strikemoma.org

Why MoMA? immagini tratte dal sito di Strike Moma (week 7) #strikemoma || strikemoma.org

Come 150 artistз e lavoratorз dell’arte hanno scritto nella lettera aperta dello scorso mese, “dobbiamo seriamente pensare ad un’uscita collettiva dal coinvolgimento dell’arte nella filantropia tossica e nelle strutture di oppressione, per far sì che non portiamo avanti la stessa conversazione ancora e ancora, un membro del consiglio alla volta. Questo pensiero può portare all’azione solo una volta che diciamo chiaramente: non ci serve questo denaro. I musei e le altre istituzioni dell’arte devono conseguire dei modelli alternativi, delle strutture di cooperazione, delle iniziative di restituzione delle terre, di riparazione e idee ulteriori che costituiscano un approccio abolizionista delle arti e del mecenatismo, per far sì che si riallineino con i principi egalitari che ci hanno portato all’arte in prima istanza”. Chiamate per l’uscita collettiva cambiano i termini della conversazione e si indirizzano già verso qualcosa che è oltre il MoMA.

Non c’è nessun progetto prestabilito per smantellare il MoMA, ma questo è il punto di inizio: qualunque cosa succeda dopo il MoMA, deve conservare e promuovere i lavoratori del museo e prendere delle misure riparative nei confronti di quelle comunità che sono state, col tempo, danneggiate dal museo a partire dall’espropriazione delle terre. L’agenda è aperta, ma ogni percorso deve essere intrapreso a partire da un riconoscimento dei debiti che portiamo con noi: da monte a valle, anche orizzontalmente, tra e con i gruppi, le comunità, i movimenti. Ci serve solo passare ad un futuro post-MoMA. Il MoMA è stata una forza tossica, ma c’è qualcosa che può crescere a partire dalla tossicità. Che possano un milione di funghi rifiorire sulle rovine del museo moderno!

«Sciopera contro la classe dirigente tossica, filantropica, che promuove l’art washing, il brand cleansing che strumentalizza l’arte, contro-insurrezione, bull shit. E liberare l’infrastruttura per utilizzarla dai nostri movimenti». Leggi strikemoma.org || #strikemoma

II. I loro archivi sono il nostro riscatto

Leon Black non è altro che l’ultimo di una successione di miliardari predatori che guidano il MoMA dai tempi dei Rockefeller. Le loro estrazioni petrolchimiche industriali hanno preparato il terreno per la globalizzazione capitalista e le sue infrastrutture politiche, finanziarie e culturali per tutto il corso del 20esimo secolo. Lo Standard Oil è stato il nucleo del moderno regime dei carburanti fossili. La Chase Bank, governata da Rockefeller e per colpa della quale la classe lavoratrice della città di New York è stata polverizzata durante la crisi fiscale del 1975, è stata il primo esperimento di austerity neoliberale che si sarebbe presto espanso in tutto il mondo. Le leggi della droga dei Rockefeller erano un meccanismo fondamentale per l’incarcerazione delle masse dopo le rivolte nere degli anni ’60. Come governatore, Nelson Rockefeller è stato mandatario del Massacro di Attica. Centrale per l’amministrazione presidenziale Ford/Rockefeller che si impegnò a mantenere l’egemonia statunitense dopo la vittoria dei vietnamiti del nord, si trattava di una cooperazione strategica con i regimi di apartheid di Israele e Sudafrica. La lista di crimini della dinastia Rockefeller contro i popoli del pianeta è infinita.

Nel corso del 20esimo secolo, i Rockefeller e i loro alleati di classe finanziarono e diressero il museo, militarizzando l’arte al servizio dell’impero. Il militante ammiratore del fascismo e suprematista bianco Philip Johnson è diventato il re dell’Architettura Moderna, un’eredità che si è recentemente trasformata nel punto d’azione per il Black Reconstruction Collective. Collaborazioni tra il MoMA e la CIA sono ben documentate. Il Museo d’Arte Primitiva è fornitissimo di oggetti culturali saccheggiati dall’Africa, dal Pacifico e dalle Americhe e attualmente esposti al Metropolitan. Partnership con la dinastia dei Cisnero attraverso la The Americas Society/Council of the Americas e ora l’Istituto Cisneros nello stesso MoMA.

Queste sono solo alcune delle connessioni tra la storia del MoMA e quella dell’impero. Lasciateci curiosare negli archivi del MoMA. I loro contenuti sono il nostro riscatto. Puntate una luce su di loro. Aprite i sigilli della storia, la cui eredità grava su di noi, oggi. La ricerca è già cominciata. Dai Rockefeller a Fink, sarà possibile vedere che non c’è nessun grado di separazione tra il MoMA e i più alti scaglioni della classe dominante globale.

I sostenitori Pro-Palestine si riuniscono per la mobilitazione di Strike MoMA a New York #strikemoma || strikemoma.org

III. Lo sciopero è un verbo

Scioperiamo al MoMA in solidarietà con tutti quelli che cercano di liberarsi, تحرر (taḥarrara), come si dice in arabo. Lo sciopero è un verbo, non uno strumento statico. Si reinventa attraverso il processo di organizzazione e costruzione di relazioni. È un’attività che può prendere diverse forme a seconda delle persone e dei gruppi. Scioperare è esercitare il potere del rifiuto, una negazione che si accoppia con l’affermazione. Atti non autorizzati di disobbedienza e dissenso, con il fine di scuotere il sistema di potere. Una diversità di strategie, tattiche e tecniche. Lз lavoratorз che rifiutano di lavorare per i loro capi, i luoghi di lavoro occupati e sindacalizzati. Come diceva la leggendaria sindacalista Lucy Parsons, “il mio concetto di sciopero del futuro non è uno scioperare e andarsene – e morire di fame – ma scioperare e rimanere, impossessarsi della legittima proprietà di produzione”.

Lo sciopero riguarda lз lavoratorз e i luoghi del lavoro, sicuramente in termini di lavoro stipendiato, ma come abbiamo visto con l’International Women’s Strike, “quando lo sciopero cessa di essere l’esclusiva prerogativa dei sindacati, smette di essere una decisione presa dall’alto e quindi smette di esistere unicamente in ordine di accondiscendere o di aderire. Lo sciopero rivendicato dal movimento delle donne è stato (ed è) letteralmente traboccante: deve tener conto delle diverse realtà del lavoro che fuoriescono dai confini del lavoro stipendiato e sindacalizzato, deve mettere in dubbio i limiti tra lavoro produttivo e riproduttivo, formale e informale, remunerato e gratuito, tra lavoro dei migranti e lavoro nazionale, tra impiegato e disoccupato. Lo sciopero portato avanti dal movimento delle donne prende di mira direttamente un elemento centrale del sistema capitalistico: la divisione del lavoro su base sessuale e coloniale”.

Lo sciopero è ogni giorno, su scala grande e scala piccola. Dagli invisibili atti di sovversione ai grandi scioperi generali che hanno messo in disordine città, stati ed imperi. W.E.B. Dubois ha descritto la distruzione della schiavitù da parte dei soggetti schiavizzati come uno sciopero generale, le cui tattiche includevano resistenza quotidiana, ribellione armata ed esodo di massa. Lo sciopero ha un forte legame con l’abolizione e la tradizione radicale nera ed è particolarmente rilevante in un contesto in cui il MoMA ha allestito esposizioni innovative come Marking Time: Art in the Age of Mass Incarceration e Reconstructions: Architecture and Blackness in America.

Banner simbolo della protesta, foto di Hrag Vartanian/Hyperallergic #strikemoma || strikemoma.org

Come individuato dai 220 lavoratorз dell’arte che nel 2019 hanno firmato la lettera aperta di MoMA Divest il museo è vicino e colluso con i sistemi di polizia, le prigioni e il profitto, esemplificati dall’amministratore delegato di Blackrock Larry Fink. Inseguire gli oligarchi del MoMA è un’altra strategia di sciopero contro coloro che traggono profitto dalla detenzione, dall’espropriazione e dalla morte. All’interno del museo, quelli che finanziano complessi carcerari ed industriali sono a portata di mano. Lì si riuniscono abitualmente per inaugurazioni, gala, feste in giardino, e riunioni del consiglio d’amministrazione. Il loro patrimonio di miliardi è appeso alla parete, pezzi d’arte trasformati in ornamenti di oppressione e cifrari di dispossesso. La stessa struttura confina con l’ultra-lussuosa 53W53 MoMA Tower dove abitano insieme ai loro migliori amici.

Campagne, azioni e lettere sgretolano la facciata del regime dall’esterno. All’interno, ogni volta che lз lavoratorз si uniscono, sconfiggono il leader, si prendono cura di unз collega, disprezzano la discrezione o attuano altre forme di sovversione, si creano delle fratture dal centro. Frantumare e scheggiare, scheggiare e frantumare. Quando i muri che separano artificialmente il museo dal mondo esterno collassano, noi riorientiamo l’istituzione e ci riuniamo per pianificare. Fateci scioperare in tutti i modi possibili per sfuggire dalle modalità del museo, e per creare le nostre.

«Abbiamo iniziato a rendere reale l’idea che un altro mondo possa esistere e possa nutrire molti altri mondi possibili. Quando colpiamo il MoMA, colpiamo la modernità, mettendo in atto tutte le altre realtà che desideriamo anche solo per un attimo fuggente». Leggi strikemoma.org || #strikemoma

IV. Condizioni operative per scioperare al MoMA

Procediamo secondo le nostre modalità, non quelle del museo. Siamo d’accordo di organizzarci con cura, generosità e pazienza ogni volta che costruiamo nuove relazioni o approfondiamo quelle già strette.

  1. Contesti multipli/lotte intrecciate

Nessuna lotta è messa da parte perché noi ci muoviamo insieme e separatamente, ma sempre in accordo. Nel MoMA il contesto di abolizione, decolonizzazione, anticapitalismo e antimperialismo si sovrappongono nel corso della lotta. Smantellare il patriarcato è la trama e il percorso di questi movimenti. Ognuno ci permette di vedere cose diverse, di riconoscere le nostre falle e di rafforzare i nostri movimenti. Non dovevamo incontrarci, separati dalle tattiche di chi ci divide e impera. Ma ci impegniamo per rifiutare reciprocamente ogni sforzo di isolare le nostre lotte in “compartimenti di problematiche”, comprendendo che la focalizzazione su una sola problematica cade facilmente nelle mani di quelli che cercano di soffocare la nostra liberazione collettiva.

  1. Riconoscere i debiti/rendere operativa la solidarietà

No al complesso del no-profit. No al complesso del rapporto con l’industria. No al complesso di diversità, equità e inclusione. No al complesso del modello di assimilazione delle minoranze. No all’anti-blackness. No alle follie bianche. No alla mascolinità tossica. No alla cultura eterornormativa. No a sentimenti contro i poveri o contro la classe lavoratrice. No all’abilismo. No alla “progressiva eccezione della Palestina”. Sì alla liberazione collettiva; sì al diventare complici, co-cospiratori, traditori di razza, traditori di classe, de-assimilatorз; sì a tuttз quellз che sono prontз a mettersi in gioco, di rendere operativi i loro privilegi e di ridistribuire le proprie risorse in ogni forma che queste possano prendere, dagli atti di proprietà all’inchiostro della stampante. La solidarietà porta sconforto, ma offre spirito comunitario contro un’estrema alienazione. Se arriva facilmente e non richiede dei costi, probabilmente non è solidarietà. La solidarietà è la messa in atto dei debiti sociali che abbiamo l’uno verso l’altro. Condividere ciò che hai. Impegni materiali alla luce di storie di dolore uniformemente condivise. Impegno a prendersi cura, ad agire, a prendere dei rischi, a parlare, a dare quanto più possibile, e sempre di più. Lavorare su se stessз per non riprodurre i sistemi di violenza e i comportamenti aggressivi nel processo, continuare as essere presenti per lз altrз. Riconoscere i debiti e agire in sintonia forma legami di reciprocità e di guarigione. Costruire relazioni tra movimenti, comunità, famiglie ed amicз. Nel momento in cui intessiamo le nostre lotte agendo insieme e sostenendoci con cura, emerge un nuovo immaginario politico. Un immaginario intercomunitario ed intergenerazionale che ci dis-identifica dallo stato nazionale, dal museo e dai suoi miti di modernità. Le esperienze di quellз tra di noi che sono più immediatamente ed intimamente colpitз dalla violenza di queste forze deve essere sempre un punto centrale e catalizzatore del nostro lavoro.

  1. Contro l’amministrazione liberale/esacerbare la crisi

No all’amministrazione liberale. L’amministrazione è la parola d’ordine dei riformatori dei musei, dentro e fuori. Se solo, dicono, ci fossero migliori principi e protocolli, potremmo fare ordine. Più rappresentazione. Più partecipazione. Più diversità, equità ed inclusione. Una revisione. Un gruppo di lavoro. Più incontri. Più riunioni su Zoom. Più allenamento. Più consultazione. Una nuova struttura del consiglio. Linee guida per l’accettazione dei fondi, separando i soldi puliti da quelli sporchi. Miliardari onesti invece che disonesti. Coinvolgimento degli artisti per mantenere tutto autentico. Uno o due storici dell’arte per orientare la bussola con valori umanistici, o addirittura da consultare per quanto riguarda il significato di decolonizzazione. Quellз che si permettono di essere inclusi e strumentalizzati in questo modo soffocano la nostra liberazione collettiva. Un altro tipo di istituzione è possibile, ma non può esserlo nei termini del regime esistente.

Con lo slogan “All Eyes on Palestine”, i manifestanti hanno sventolato bandiere palestinesi nella Urban Plaza di fronte al MoMA sulla West 53rd Street e hanno ospitato lezioni sulla storia del conflitto israelo-palestinese. I relatori hanno anche evidenziato i presunti investimenti da parte di amministratori del MoMA come Larry Fink e Leon Black in società che forniscono armi all’esercito israeliano. La protesta, nominata ha attirato una folla di oltre 300 persone; la polizia di New York ha arrestato un manifestante che sventolava la bandiera palestinese; foto di Hrag Vartanian/Hyperallergic #strikemoma || strikemoma.org

  1. Moltiplicare le richieste/resistere alla cooptazione

Nessuna richiesta che finisca per essere riassimilata nel sistema dell’arte. Le richieste possono delineare orizzonti, formare l’immaginazione e amplificare i desideri. Ma al momento, ogni richiesta che cerca di riformare il MoMA senza sfidare la sua autorità nel controllare il processo legittima il regime. Possono dire che sono intenzionati a parlare, ma il museo userà questo stratagemma per prendere tempo. Conversazioni, dialoghi e forum sul “futuro del museo” si ripetono e riaggomitolano all’infinito. L’inclusione strategica di questa o quella richiesta per placare questo o quel gruppo, con l’intento di sfinire la formazione e distruggerla. Invocazioni agli “agitatori esterni” per mettere in discussione le motivazioni, le alleanze e le tattiche, sviando l’attenzione dal danno che il museo sta causando.

  1. Amplifica le contraddizioni/agisci dove sei

Nessunз è purз in un mondo colonizzato. Viviamo tutti delle nostre contraddizioni. Lavorare al MoMA ed essere disgustato dal MoMA? Essere unз artista e odiare il sistema dell’arte? Insegnare all’università volendo distruggerla? Studiare la libertà all’università mentre si annega nei debiti? Avere difficoltà a pagare l’affitto ma dislocando qualcun altro? Unз Ford Fellow che protesta contro la Ford Foundation? Oppressз ma che contribuisce all’oppressione di qualcun altrз? Questa è la distopia intrecciata del nostro presente. Possiamo vedere le contraddizioni come impedimenti ed essere consumati dalla frustrazione e dall’ambivalenza, e scomparire, oppure possiamo riconoscerle ed amplificarle. Forme silenziose di sovversione, conversazioni profonde, mobilitazioni, su grande e piccola scala: ogni atto che compiamo nel tempo mina ai principi che sostengono il MoMA.

Il problema non è la diversità, l’equità e l’inclusione, o la presenza di persone BIPOC (black, indian, people of color), il problema è il sistema museo #strikemoma || strikemoma.org

  1. Mappare il potere/rivolgersi ai lavoratori

No alla cancellazione del discorso di classe quando si parla del museo. Il MoMA ha le sue chiare gerarchie di potere. Il consiglio di amministrazione sborsa denaro e detta legge. Il management li mantiene felici. Curatori, critici e artisti offrono la cultura e la legittimazione culturale. Poi c’è lo staff, sindacalizzato o no. I lavoratori delle mense, inservienti, guardie, gli addetti all’arte, gli installatori, i bigliettai, gli editori, gli educatori, quelli che conoscono le operazioni e la logistica dell’infrastruttura dall’interno e dall’esterno. Generazioni di tecniche, conoscenze, abilità e dedizione. Sappiamo che c’è una storia continua e attuale di resistenza dei lavoratori del MoMA. Allз lavoratorз: sappiamo che avete agito, e continuate ad agire. Avete la nostra solidarietà incondizionata. Lз lavoratorз sono attori essenziali per aprire l’istituzione e creare qualcosa di nuovo nel processo.

  1. Rifiutare le divisioni/attivare le piattaforme

No alla separazione e alla specializzazione dei ruoli che il sistema dell’arte si aspetta da noi: lavoratorз, artista, curatorз, criticз, organizzatorз, giornalista. Lo sciopero al MoMA ha bisogno di tutti noi, dentro, fuori e dovunque. Questi legami sono già sfuocati, ma il museo continua ad invocarli con l’intento di isolarci, immobilizzarci, ed impedirci di condividere esperienze, conoscenze, risorse e poteri. Vediamo che al museo alcune piattaforme sono già state attivate, in ordine di promuovere il lavoro del movimento, contro il cuore dell’istituzione. Le piattaforme al museo possono diventare spazi assembleari oltre l’autorità del museo, spazi dove possiamo riunirci e comprendere il da farsi.

Insurgent poetry fuori dal MoMA di Jive Poetic, scrittore di Brooklyn; foto di Valentina Di Liscia/Hyperallergic #strikemoma || strikemoma.org

  1. Arte/memoria

No alla mitologia bianca del museo, che pretende di essere il tempio della memoria. La memoria di chi? La storia di chi? Chi decide? Generazioni di artistз, criticз e curatorз hanno interrogato la meta-narrativa del museo, cercando di spostare l’asse della rappresentazione dalla parte della giustizia. Ma i musei hanno dato ancora una volta prova di ciò che si sa da tempo: che vogliono l’arte, non le persone. Le persone stanno controbattendo, dichiarando con le loro azioni che il museo non è neutrale. Artistз come organizzatorз, organizzatorз come artistз. Si stanno moltiplicando gli sforzi per far riconoscere al museo la responsabilità che hanno sulla violenza che continuano a causare a lavoratorз, artistз e comunità appena fuori dalle sue porte, alla gente di tutto il mondo, dall’Indianapolis Museum of Art,  alla Montclair University, al British Museum, al Quai Branly.  Siamo molto ispirati dal lavoro del compagno congolese Mwazulu Diyabanza e dei suoi collaboratori che hanno direttamente messo in atto un capovolgimento del saccheggio imperiale su cui il museo francese si fonda. Stiamo imparando lз unз dallз altrз, ci stiamo connettendo con eredità, promesse e lezioni che fanno capo al 1968, senza chiedere scusa. I musei e le università sono stati attivati come luoghi di lotta, dal Fronte di Liberazione del Terzo Mondo, dalle Studentesse e Artiste Donne per la Liberazione dell’Arte Nera, al Guerrilla Art Action Group. Gruppi che nascono, interventi trasgressivi, riforme non riformiste, programmi visionari, rese dei conti e riconnessioni ancestrali, richieste affinché il museo “decentralizzi la sua struttura di potere fino ad arrivare alla comunitarizzazione”. Queste sono alcune delle lotte storiche che ci parlano ancora oggi. La nostra memoria, la nostra arte e la nostra estetica esistono, prima, oltre e a prescindere dal MoMA e dal tempo vuoto, omogeneo e lineare della modernità coloniale. I nostri antenati sono attorno a noi. Quando scioperiamo al MoMA, stiamo producendo i mondi che i nostri antenati avrebbero meritato.

  1. Arte/libertà

Basta confondere l’arte col MoMA. Basta difendere il MoMa in nome della protezione della cultura e della civiltà dall’iconoclastia e dai barbari. No al mito secondo cui produrre arte liberamente richieda un assoggettamento alle condizioni sociali del museo per il bisogno di denaro, di risorse, di riconoscimento. Sì allз partigianз dell’arte. Sì all’arte come cultura dei movimenti sociali. Sì all’estetica basata sulla lotta. Sì all’arte per l’arte, se ciò significa che possiamo creare e cospirare per liberarci, qualunque sia il nostro stile, la nostra scuola, il nostro medium. Memeticз e pittorз astrattistз, decoratorз di monumenti e scultorз postmodernз, designer di banner e disegnatorз di linee, musicistз sconosciutз e sound artist oscurз, live-streamer e cinefilз, danzatorз di guerra e pole-dancer, oniromantз e ricercatorз d’archivio, criticз dell’istituzione e tutti coloro che non riconoscono l’istituzione. Artistз di ogni genere che non accettano tali distinzioni tra vita e lavoro. La cosa importante è essere coinvolti nella lotta e frantumare il complesso di dipendenza che il MoMA ha creato per l’arte, dal punto di vista sia ideologico che materiale. Quando scioperiamo al MoMA, liberiamo uno spazio per un rinnovamento dell’arte come auspicato dai sogni libertari di Suzanne Césaire e “questo dominio del bizzarro, del meraviglioso e del fantastico, un dominio deriso da gente con certe inclinazioni. Qui alberga l’immagine liberata, abbagliante e stupenda, con una bellezza oltremodo inaspettata e irrefrenabile. Qui ci sono il poeta, il pittore e l’artista, che presiedono alle metamorfosi e le inversioni del mondo sotto il segno dell’allucinazione e della follia”.

  1. Diversificare le tattiche/praticare la creatività e la cura

Il MoMA può essere avvicinato da ogni angolatura, utilizzando più strategie e più strumenti. Diversità di tattiche, diversità di estetiche. Pianifica ed organizza con cura e generosità. Agita e afferma. Lavora con gli altri su una base di fiducia e affinità. Anticipa l’antisommossa. Non dimenticare che quando scioperiamo al MoMA, stiamo colpendo un nervo essenziale nel corpo globale della classe dominante.

Per strike MoMA le Guerrilla Girls hanno presentato alcuni dei loro progetti di denuncia dei “cattivi comportamenti” del MoMA (1985-2021): «Fino a quando il MoMA non si reinventerà radicalmente, non racconterà la storia dell’arte ma la storia della ricchezza e del potere». 1997 TRE DONNE BIANCHE, UNA DONNA DI COLORE E NESSUN UOMO DI COLORE – SU 71 ARTISTI: Crediamo nella riscrittura della storia, ma se il curatore del MoMA riporta indietro l’orologio, allora dobbiamo sfidarlo. Guerrilla Girls per #strikemoma || strikemoma.org

Per strike MoMA le Guerrilla Girls hanno presentato alcuni dei loro progetti di denuncia dei “cattivi comportamenti” del MoMA (1985-2021): «Fino a quando il MoMA non si reinventerà radicalmente, non racconterà la storia dell’arte ma la storia della ricchezza e del potere». 1997 MoMA MIA: 1997 Era tempo di verificare se qualcosa fosse cambiato al MoMA. Oh mio Dio: è peggiorato! Guerrilla Girls per #strikemoma || strikemoma.org

V. I prossimi passi: un processo in due fasi

Tenendo ferme le suddette condizioni, questo documento intende dare il via a un processo di decolonizzazione del MoMA in due fasi, guidato dai soggetti interessati e senza l’autorità del MoMA. Avviata il 9 aprile e continuata fino all’11 giugno, la prima fase del processo è consistita in dieci settimane di conversazioni, azioni e altro. Queste attività creeranno il terreno per la seconda fase del processo: la convocazione di un comitato che possa determinare la forma, i prossimi passi e i meccanismi per una corretta transizione verso un futuro post-MoMA che dia la priorità ai lavoratori e alle comunità.

Fase 1: Strike MoMA @ MoMA: Dieci settimane di Arte, Azione e Conversazione

La fase “uno” inizia con una giornata di azioni, il 9 aprile. Continuate a seguirci per i dettagli. Poi, ci saranno tre incontri di formazione prima del 9 aprile: uno generale, uno limitato alle persone BIPOC, uno per quellз che volessero contribuire fuori New York, su scala globale. Per partecipare a questi incontri, contattare: strikemoma@protonmail.com.

Le successive dieci settimane riguarderanno una grande varietà di attività, tra cui allenamenti, progetti di scrittura, campagne di agitprop, azioni dirette al museo e molto altro. Portare avanti queste attività insieme significa portare avanti un discorso, online e di persona, che avrà la funzione di essere l’infrastruttura ideologica e relazionale per la fase “due” del processo. Un’importante componente di queste conversazioni sarà la ricerca collettiva, l’investigazione dell’archivio e una visione speculativa sul futuro post-MoMA.

Alcuni gruppi di lavoro si sono già formati per partecipare a queste dieci settimane, e per fare altro:

Curators and Educators for Decolonization (CED). Per maggiori informazioni, contattare: curatorseducatorsdecolonize@protonmail.com

Artists for a Post-MoMA Future (APMF). Per maggiori informazioni contattare: artistpostmoma@protonmail.com

Altro banner simbolo della contestazione. Courtesy Strike MoMA by Instagram #strikemoma || strikemoma.org

Fase 2: Raduno per una corretta transizione verso un futuro post-MoMA

Delineato da un comitato di soggetti interessati e indipendente dall’autorità del MoMA, questo raduno, che si terrà alla fine delle dieci settimane, determinerà i prossimi passi per smantellare il museo alla luce della sua storia violenta: determinando i meccanismi di dimissione e cambiamento degli assetti, una ridistribuzione della proprietà e una riproposizione delle infrastrutture; stanziando fondi riparatori, per il rimpatrio e la restituzione dei territori indigeni; supporto sostenibile per una corretta transizione dellз lavoratorз verso una gestione cooperativa ed autodeterminata che segua un’economia solidale. Quando il MoMA sarà in declino e noi costruiremo il nostro immaginario a partire dalle sue rovine, le nostre energie, le risorse e la nostra forza-lavoro verranno liberate per creare delle alternative, stavolta proposte dallз lavoratorз e dalle comunità, non dai miliardari e dai loro sostenitori. Questo può essere il primo passo per un processo che coinvolga l’intera città.

I manifestanti di Strike MoMA protestano per le strade di New York. Courtesy Decolonize This Place via Twitter #strikemoma || strikemoma.org

VI. Autori del documento

Questo documento datato 23 marzo 2021 è firmato dal gruppo di lavoro di Strike MoMA di International Imagination of Anti-National Anti-Imperialist Feelings (IIAAF). È prodotto dal gruppo di lavoro di Strike MoMA in conversazione con decine di altri gruppi e soggetti, tra cui (ma non limitato a):

Artists for a Post-MoMA Future

Comité Boricua En La Diáspora

Curators and Educators for Decolonization

Decolonize This Place

Direct Action Front for Palestine

Forensic Architecture

Formers Employees of MoMA

Global Ultra Luxury Faction

Insurgent Poets Society

MoMA Divest

Take Back the Bronx

Wardance Collective

We Will Not Be Silent

+

Infine, questo documento non presenta firmatari e non intende stabilire una coalizione. Questo documento intende facilitare la crescita di una formazione in cui individui, collettivi e gruppi si uniscono in una battaglia condivisa. Strike MoMA.

[traduzione di Stefano Cavaliero]

Week 3, contributo di Decolonize This Place «The Modernity is an Imperial Crime» #strikemoma || strikemoma.org

Week 3, contributo di Decolonize This Place «The Modernity is an Imperial Crime» #strikemoma || strikemoma.org

Week 3, contributo di Decolonize This Place «The Modernity is an Imperial Crime» #strikemoma || strikemoma.org

 

 

 

 

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